L'amore per la politica e quello per la Roma: sono queste le due grandi passioni di Daniele Leodori. Uomo di punta del Partito Democratico nel Lazio e nominato, lo scorso 18 aprile, da Nicola Zingaretti, vicepresidente della Regione. È cresciuto con la squadra di Conti e Falcao e ha trasmesso la fede giallorossa al figlio Tommaso: «Perché la Roma è un'emozione».

Come nasce la sua passione per la Roma?
«La passione non si spiega, non ha razionalità. Si è tifosi e basta. Uno dei primi ricordi è una partita, un dolore, una sconfitta, Roma-Torino, un errore clamoroso del portiere coi baffi, Paolo Conti. Io avevo 9 anni. Indimenticabile. Lo stadio che ribolliva di fischi e delusione».

Chi era il suo idolo da bambino?
«Ne dico due, Falcao e Bruno Conti, due giganti, due modelli, due talenti straordinari. Giocatori completi, atleti veri, con grande carisma. Si divertivano e hanno fatto divertire tanto, portando il calcio a Roma a livelli internazionali. Mai banali, dentro e fuori dal campo. Davano del tu alla palla e trasmettevano gioia. Il calcio è un divertimento, un gioco, appunto, un mondo di passioni, emozioni. Vedere alcuni calciatori, strapagati, sempre cupi e tristi oggi, mi sembra pazzesco, innaturale».

Il suo idolo oggi?
«Mio figlio Tommaso stravede per Zaniolo, io ho superato la soglia d'età per avere idoli».

Lei che tipo di tifoso è?
«Tifoso di cuore, e poco di testa. Non so essere molto sportivo quando si tratta della Roma. Chi vive con distacco il proprio tifo o la propria passione va rispettato, ma mi è difficile capirlo. Io sono tifoso, mi piace condividerlo con gli amici, con mio padre e i miei due figli, fare i nostri piccoli riti, ma da genitore sono molto attento a trasmettere il rispetto per gli avversari, per le regole: bisogna anche saper perdere».

Con qualche deroga?
«Ci sono gli sfottò ad amici juventini e lì sono implacabile. Ovviamente con ironia, quando inciampano in qualche sconfitta o in vittorie discutibili. Ironie e sarcasmi che si fanno e ricevono, così come con gli amici laziali».

La rivalità sportiva che sente di più?
«Senza dubbio chi vince molto spesso non è simpatico per antonomasia. Quindi, appunto, Juventus e poi il derby, e quindi la rivalità con la Lazio che in questi anni ha saputo essere molto competitiva e scoprire talenti di livello».

Segue la Roma allo stadio?
«Assolutamente sì. Per tanti anni sono stato abbonato, insieme a mio padre, alla Tevere. Lo stadio è un'esperienza di vita, è la sintesi di gioco, competizione, pulsioni, rischio, in cui chiunque, dal più grande letterato al più semplice di noi, può vivere grandi emozioni e delusioni nello stesso momento».

A proposito di stadio, che idea si è fatto sul nuovo Stadio della Roma?
«Credo, vedendo altri importanti campionati europei e non solo, che se si vuole essere competitivi ad alti livelli è necessario possedere strutture sportive di proprietà. I numeri di club inglesi, piuttosto che spagnoli, ma pensiamo anche alla Juve, ci dicono che è vincolante per avere uno sviluppo sportivo e imprenditoriale importanti. Detto questo, non voglio entrare nel merito del nuovo stadio per rispetto dei ruoli e delle procedure. Non l'ho mai fatto in questi anni e voglio proseguire su questa linea».

Da tifoso e da politico come vive il tema della violenza legata al calcio?
«Innanzitutto da padre che va allo stadio con figli piccoli. Credo, anche qui, che quando altri fanno meglio o trovano la ricetta giusta vadano copiati. In altre realtà europee esistono poche regole chiare. Chi sbaglia viene preso per un orecchio, fatto uscire dallo stadio e gli viene interdetto l'ingresso per il futuro in base a cosa ha combinato. Punto. Poi abbiamo un altro tema legato all'evento, cioè scontri o vendette tra teppisti – i tifosi sono un'altra cosa – che avvengono al di fuori dello stadio. Non basta solo investire nella cultura sportiva, ma usare rigore assoluto. Immaginare che decine di agenti delle forze dell'ordine debbano essere impiegati per una partita di calcio è offensivo per polizia e carabinieri, e assurdo in un Paese civile».