Aggiustatore, normalizer, gli abbiamo detto di tutto. Qualcuno l'ha pure mezzo criticato dopo appena tre partite da allenatore della Roma, con un numero di allenamenti diretti che si contava sulle dita di due mani. Ma a Claudio Ranieri tutto questo non interessa. Lui è tornato nella Capitale per aiutare la squadra della sua città, che è parte della sua vita, perché ci è nato, e della sua carriera, perché ci ha giocato e l'ha allenata. Ranieri è arrivato e ha fatto capire fin da subito che avrebbe fatto prima la squadra a capire lui, che è uno solo, piuttosto che lui a capire la squadra. Che è fatta di ragazzi e uomini con tante esigenze e situazioni particolari, ciascuna diversa e unica. Normale anche l'approccio di Sir Claudio (anche nell'ammettere  qualche errore) in queste prime settimane alla guida della Roma ereditata da Di Francesco.

Un mese di medicina

Un mese esatto ieri, dall'arrivo a Roma, la firma sul contratto e la prima sgambata che ha seguito. E non è stato facile l'inizio, con la gara casalinga contro l'Empoli che incombeva. Con diversi giocatori fermi per infortunio e diversi che avrebbero saltato la sua gara d'esordio per le squalifiche arrivate dopo il derby. Buona la prima, però, almeno dal punto di vista del risultato: «Li ho allenati veramente poco, ho parlato al gruppo, ho fatto un discorso di motivazioni», aveva detto dopo i primi giorni in giallorosso, quando la scossa sembrava esserci stata e la squadra aveva portato a casa tre punti importanti. Poi la sconfitta maturata al Mazza di Ferrara aveva gettato tutti nello sconforto, per come era maturata. Né la sosta per le nazionali ha aiutato Ranieri, che ha dovuto fare allenamento con sette o otto giocatori al giorno. Tanto che, al rientro dalla sosta, come da "tradizione" recente, la Roma ha subito un 1-4 dal Napoli troppo brutto per essere vero. Qualcuno ha pensato addirittura che potesse mollare Ranieri. Ma non si è scomposto, lui, perché è romano e di San Saba. E solitamente nelle difficoltà dà un valore aggiunto. Quello che gli è valso la nomea del signor aggiustatutto: da quando nel 2000 prese in corsa il posto di Vialli al Chelsea e portò i Blues quinti in Premier, adottando nell'annata, e con successo, la rivoluzione young del club, lanciando pezzi da 90 come Terry e Lampard. O da quando, sette anni dopo e dopo un po' di esperienza e pellegrinaggio tra Spagna e Inghilterra, subentrò a Pioli al Parma penultimo a metà stagione e lo salvò facendo un pieno di punti, 27 punti in 16 giornate. E se annoveriamo anche lo scudetto sfiorato a Roma con la rimonta sull'Inter nel 2009-2010 del dopo Spalletti, tre indizi sono la prova.

«Piano piano», ha detto dopo il pareggio con la Fiorentina che aveva lasciato intravedere dei pur minimi progressi. Con Ranieri che ha trovato dei punti fermi, dalla leva calcistica della classe '83, De Rossi e Mirante, al giovane Kluivert e al cristallo Schick da non impolverare, passando per il ragazzo che sembra già uomo, Nicolò Zaniolo. «Guardiamo alla prossima partita», ha detto dopo la vittoria di Genova che ha restituito ai romanisti fiducia, soprattutto perché questo campionato può attendere e lo sta dimostrando giornata dopo giornata. Ma non è stato ancora fatto niente, perché troppe volte in stagione questa squadra ha tradito. Ha tradito nelle occasioni da acciuffare fino allo scorso weekend, quando, invece, ha colto la prima mela. In testa solo l'Udinese, va avanti così King Claudio, quello che ha fatto the miracle a Leicester e al quale i romanisti, invece, ne chiedono giusto mezzo per questo rush finale.