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30 anni dopo, Ago vive in tutti noi

Il 30 maggio 1994 se ne andava il Capitano che nel 1983 ha condotto la Roma «in porto col vessillo»

Agostino Di Bartolomei in campo

Agostino Di Bartolomei in campo

PUBBLICATO DA Lorenzo Latini
30 Maggio 2024 - 07:00

In occasione dei trent’anni dalla scomparsa di Agostino, pubblichiamo un estratto dal libro “Di Bartolomei - Il cuore dentro alle scarpe” di Lorenzo Latini, edito da Garrincha Edizioni, in uscita nei prossimi giorni, ordinabile in tutte le librerie e sulle piattaforme online. Il brano qui riportato racconta la conquista dello Scudetto del 1983, dalla sfida con l’Avellino alla festa tricolore del 15 maggio.

Il 1° maggio all’Olimpico arriva l’Avellino: con una vittoria, alla Roma basterebbe poi un solo punto nelle restanti due partite per essere aritmeticamente campione. Bandieroni e torce accolgono le due squadre. Ago guida in campo i suoi compagni, il solito sguardo accigliato che parla di determinazione e concentrazione. All’epoca ci sono le interviste flash in campo prima del fischio d’inizio. Un giovane Gian Piero Galeazzi si avvicina ad Ago e gli chiede: «Capitano, mancano tre giornate, l’equipaggio chiede: andremo in porto o no?». E lì Agostino compone una poesia di sole otto parole, ungarettiana per la brevità, ma per nulla ermetica: «In porto sicuramente. Vediamo di arrivarci col vessillo». Piedi per terra. Calma e sangue freddo.

La gara comincia: gli irpini si danno da fare, onorando l’impegno, ma l’assalto romanista è semplicemente incontenibile; ha la forza di una marea che non puoi trattenere né contenere. Al 38’ Falcao la sblocca con un calcio di punizione, non potente come quelli di Agostino, ma la pennellata ha abbastanza forza da non lasciar scampo a Tacconi. Il raddoppio lo firma proprio “Dibba” al 66’: appoggio all’indietro di Falcao, il Capitano non si fa pregare e scarica in porta un destro rasoterra che s’infila all’angolino: 2-0. 

Agostino corre, poi si getta in ginocchio e viene raggiunto da Ancelotti, che lo abbraccia, mentre lui alza le braccia al cielo. Due corpi stretti, al punto da sembrare fusi in uno: il rosso delle loro divise risalta sul campo verde e li fa assomigliare a una fiamma, quella che brucia nel cuore di ogni romanista. Quell’immagine sembra dipinta da van Gogh, perché quella fiamma accesa dall’abbraccio tra due uomini in maglia giallorossa è la Roma. Quell’abbraccio è l’attesa lunga 41 anni d’un Godot che, finalmente, arriva. È l’abbraccio di un padre a un figlio, l’abbraccio a un amico che non vorresti lasciare andar via con un colpo di pistola. Quell’abbraccio è Itaca: quell’abbraccio è la casa di ogni romanista, che torna dopo un’Odissea per rendersi conto che da dove veniamo e dove andiamo, il più delle volte, coincidono. Quella fiamma rossa formata da Ago e Carletto è questo: il più grande «Forza Roma» di tutti i tempi.

Il tricolore arriva una settimana più tardi, a Marassi. Lì dove tutto sembrava essere sfumato dopo appena tre giornate, la Roma pareggia 1-1 e diventa Campione d’Italia per la seconda volta nella sua storia. A ridosso del fischio finale, una marea di tifosi romanisti è lì, ferma a bordocampo, con i carabinieri a cercare di contenerla. Al triplice fischio, quei ragazzi corrono da Liedholm, se lo caricano sulle spalle e lo portano in trionfo, perché quello è (anche) il suo trionfo. Il trionfo di Falcao e della sua intelligenza. Il trionfo di Conti che sembrava destinato al baseball. Il trionfo di Pruzzo che borbotta e fa gol a raffica. Il trionfo di Maldera che veniva dato per finito soltanto pochi mesi prima. È il trionfo della grinta di Nela, dell’abnegazione di Iorio, della reattività di Tancredi. È il trionfo di una squadra, di una città, anzi, di un ideale. 
È il trionfo di Agostino: un capitano, un campione, un condottiero. Un uomo.

È in momenti del genere che ci si rende conto di quanto Roma e la Roma siano, in fin dei conti, la stessa cosa: di come cioè il cuore della squadra e della città battano all’unisono. Dopo aver atteso 41 anni, in quel maggio 1983 ci si rende subito conto che a far festa non sono i romanisti, ma Roma, Roma Città Eterna, Roma Città Aperta finalmente alla gioia di un tricolore sudato, voluto a tutti i costi, meritato. Ago si gode quei momenti con discrezione: le immagini che lo ritraggono negli spogliatoi di Genova ci raccontano un ragazzo che non ha bisogno di grida o di salti per festeggiare.

Ma una settimana dopo il trionfo, il 15 maggio, è il momento di esternare tutta quella gioia a lungo repressa. All’Olimpico arriva il Torino per l’ultima di campionato, in una partita che ha il solo scopo di festeggiare la Roma Campione d’Italia. Sugli spalti è un tripudio di bandiere gialle e rosse, sull’Olimpico c’è un sole accecante, una stella che brucia d’amore. La Roma vince 3-1: segnano Pruzzo, Falcao e Conti. Mancherebbe Di Bartolomei, ma il vero leader è colui che è ben felice di lasciare la scena agli altri. Lui tira le fila del corteo che effettua il giro di campo, con un enorme striscione tricolore. Saluta la sua gente, la applaude e la indica. Ma c’è un altro gesto, in quel 15 maggio di festa, che racconta un altro Ago; un Ago che decide finalmente di esternare tutta la sua felicità. Proprio durante il giro di campo, mentre ai tifosi vengono lanciati fiori gialli e rossi, lui prende direttamente l’intero vaso e, senza pensarci troppo, con la poca rincorsa che utilizza anche per calciare le sue bombe, lo lancia in Curva Sud. 

Non solo i fiori, ma tutto il vaso: è l’unico momento fuori dalle righe che si concede, ma racconta un Agostino diverso da quello solitamente descritto come musone, triste, ombroso o scontroso. Ci racconta un uomo talmente felice da prendere la prima cosa che gli capiti a tiro e di regalarla a quel popolo, a cui è legato da un sogno. E condividere un sogno rende gli uomini fratelli. Ecco, Ago quel giorno abbraccia così i suoi fratelli: lanciando loro un vaso.

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