Genova non ha i giorni tutti uguali, almeno non per i romanisti e Paolo Conte saprà perdonarli. Sono arrivati in mille per restare in piedi davanti alla loro Roma, sono rientrati a casa chi nel cuore della notte, chi pernottando nel capoluogo ligure, con quei tre punti nelle tasche assenti in trasferta dalla lontana gara di Frosinone. Aveva bisogno di una rete, la Roma, e l'ha trovata con un tocco ravvicinato del suo capitano. Proprio sotto al settore ospiti e forse non è una coincidenza, o forse no ma poco importa. Perché in quello scatto con le braccia aperte verso quei mille c'erano le delusioni e le sconfitte del recente passato, ma soprattutto mani a volersi unire ad altre come un ponte verso un futuro migliore.

Avevano bisogno di una rete, i romanisti di Genova, non solo per rilanciare la candidatura ad un posto che ad inizio stagione era stato dato per scontato. Ma soprattutto per allontanare lo spettro di una nuova, ennesima serata di rimpianti. Ed è proprio nel momento del bisogno che dal settore ospiti è stata mostrata con fierezza la diversità romanista. Quella di chi, dopo aver gioito stringendo pugni nei pugni e alzando gli occhi verso il cielo come a voler guardar le stelle da vicino, ha capito di dover tornare subito tra spalti e realtà per incrementare ed aumentare i decibel dei loro cori. La Roma pronta a soffrire sul campo di gioco, a serrare i ranghi per uscir vincitrice da uno stadio dove in molti l'avevano data per spacciata. I romanisti con i cuori battenti il ritmo tipico di un risicato quanto prezioso vantaggio esterno, tra la paura di un pareggio ingiusto per quell'amore e la voglia di aiutare la Roma. Di prenderla per mano e portarla via lungo quella Via Aurelia che è così bella se percorsa di ritorno da una trasferta del genere. Perché non è vero che Genova ha tutti i giorni uguali, non lo è e sarà mai pensando a gioie ben superiori ed indimenticabili di decenni or sono.

Non lo è per i mille che si sono uniti in un abbraccio, come un'orchestra e sotto di loro un direttore senza bacchetta ma con la fascia al braccio. Figlio di Roma, capitano e bandiera. Figli di Roma e il capitano della Roma, un connubio perfetto di una serata diversa che deve essere trampolino non solo per le prossime partite, ma per i tanti mesi che arriveranno. Stretti come la città che li ospitava tra montagne e mare, ammassati dall'alto di un settore che, se non fosse per la Roma, meriterebbe menzioni su menzioni per una visibilità non all'altezza di un impianto come il Ferraris in Marassi. La Roma, però, non hanno bisogno di vederla e tanti son soliti voltarle le spalle ed è un paradosso girarsi per amore. Alle volte lo si fa per preparare le spalle e la schiena, per sorreggerne il peso e sollevarla. Per portarla via da quella Genova in cui non tutti i giorni sono uguali. Per informazioni e dettagli chiedere ai romanisti di Genova, quelli in campo guidati da un uomo con la fascia al braccio, quelli in piedi sugli spalti e la Roma in fondo al cuor.