Che Pallotta abbia perso le staffe è cosa conclamata, non solo perché lo leggiamo nei comunicati e nei tweet che, per quanto sintetici, dicono molto su quale sia lo stato d'animo del presidente della Roma, ma anche perché concretamente lo si può notare dalle «decisioni che sono state prese». Per rimediare al collasso giallorosso che sembra proprio non conoscere un culmine né una fine, per uno dei punti più bassi della storia recente del club. Rimediare, già. Cambiare. Ma come? Ripartendo dalle persone di fiducia, innanzi tutto, per mettere le mani nel grande caos in cui è piombata la squadra I motivi del tracollo sono stati ben identificati e denunciati da Pallotta, che aveva affidato le chiavi della Roma a Monchi per ottenere il top da tutti i punti di vista: staff tecnico, staff medico, giocatori. Eppure più di qualcosa non ha funzionato e ora da Boston, gioco-forza, sono costretti a rilanciare in qualche modo per non disperdere completamente ciò che già si è sgretolato a livello di risultati e di valore della rosa, ormai appassita dopo neanche un anno dall'aver sfiorato il tetto d'Europa.

Una delle principali ragioni del fallimento della stagione della Roma è stata individuata nella tenuta fisica della squadra. Lo stesso Ranieri, che l'ha ereditata, ha già allargato spesso le braccia anche nelle dichiarazioni pubbliche. Gli "anta" infortuni hanno fatto saltare più volte dalla sedia Pallotta, che già in passato si era dovuto scontrare con problemi simili, quelli legati a quello che potremmo definire il "crociati gate" (troppe recidive nelle ginocchia dei giocatori) che aveva portato nella passata stagione all'allontanamento di Darcy Norman e alla sospensione del mandato a Trigoria per Ed Lippie, rimasto tuttavia consulente (operativo su più fronti) della Roma in quanto uomo-Raptor e sempre in diretto contatto con la proprietà. In questa stagione ancora buio pesto in infermeria: è saltata la figura del responsabile medico Del Vescovo e Pallotta ha approfittato della presenza in Europa di Lippie, per fargli "visitare" nuovamente il centro tecnico Fulvio Bernardini (e domenica l'Olimpico), dove diversi infortunati devono recuperare in vista del finale di stagione.

Le primarie di Totti

Non sono passate inosservate le parole di Francesco Totti che hanno preceduto la debacle con il Napoli di domenica. «Se avrò più poteri come dicono molti, cambierò qualcosa», ha detto Totti, quasi avesse voluto inconsciamente anticipare il tweet serale del presidente. Cambiamento, alla prima persona plurale. Quel "noi" usato a più riprese da Totti in ogni risposta è l'ennesima riprova di una crescita graduale che sta avvenendo con soddisfazione di tutti. Nessuna accelerazione. Ma tempo al tempo, perché ora «conta solo la Roma» e l'Europa. «Ho già parlato con chi di dovere», ha detto il Dieci, accennando il suo classico sorriso sornione. Forse con qualche aspettativa, ma senza alcuna ossessione da titolo di lavoro, anche perché l'impressione, anche se qualcuno pensa - e  sarà pure vero - che gli basti essere Totti, cioè la Roma, cioè la vera congiunzione (astrale, sì stavolta) tra la squadra e il club, è che in sostanza la scrivania dello storico capitano romanista inizia a riempirsi di cose da fare. Studiare lavorando, affianco di già esperti professionisti come Monchi, prima, e Massara, poi.  Ci sarà il tempo, che arriverà anche dalle opportunità del mercato, per completare la ridefinizione dei ruoli della Roma. E delle strategie. Per ora, a Trigoria si fanno bastare che "Francesco As Roma" ha iniziato  a parlare il suo nuovo linguaggio, quello da dirigente. Ci ha messo la faccia prima dell'esonero di Di Francesco, quando Monchi era già sull'uscio pronto a uscire. Ha messo bocca sul ritorno di Ranieri nella Capitale. Ne metterà ancora, per il bene della Roma.