Agnolotto. Bruno Conti lo chiamava così quel ragazzo emiliano arrivato a Roma nel 1979 da attaccante o quasi e trasformato da Nils Liedholm in uno dei centrocampisti più forti del mondo. Carlo Ancelotti si era presentato a Roma con la famiglia, la sua faccia da pacioccone, un fisico anticipatore, i piedi di chi non deve chiedere mai. Roba di quasi quaranta anni fa, estate del 1979, stava nascendo la Roma che avrebbe poi vinto lo scudetto. E un pezzo importante di quegli indimenticabili anni ottanta, è stato proprio Agnolotto. Che, domani, si ripresenterà all'Olimpico dopo un'assenza di dieci anni, l'ultima volta l'undici gennaio del 2009 (2-2 risultato finale, doppiette di Vucinic e Pato), lui sulla panchina del Milan, Luciano Spalletti su quella della Roma, il pelato di Certaldo che gli offrì di sedersi sulla sua, visto che pure qualche giorno prima Agnolotto aveva manifestato il desiderio, prima o dopo, di tornare alla Roma, questa volta da allenatore, perché Roma gli è sempre rimasta nel cuore. Non è ancora successo, De Laurentiis ha rubato l'idea quando si pensava non fosse possibile che Carletto tornasse in Italia dopo una lunga stagione all'estero impreziosita da tanti successi, Chelsea, Bayern Monaco, Real Madrid, Psg. Ma chissà che in un futuro più o meno prossimo, quel desiderio non venga concretizzato.


Del resto nel cuore di Agnolotto Roma continua ad abitarci. "Sono ancora giovane" ha risposto così qualche giorno fa ad alcuni tifosi della Roma che lo hanno incrociato all'università di Tor Vergata dove era andato a prendere l'ennesimo premio della sua carriera, perché quei tifosi-studenti gli chiedevano di tornare a casa e mettersi seduto sulla panchina di una Roma che sta attraversando il periodo più difficile della sua storia recente. Sarebbe accolto in maniera più entusiastica rispetto a quando si presentò all'ombra del Colosseo da giovane calciatore emergente, sconosciuto ai più, ma preceduto da referenze che comunque avevano alimentato un sogno. Il suo acquisto fu uno dei grandi colpi della gestione del presidente Dino Viola. Quel ragazzo che non aveva paura di niente, si era messo in luce con la maglia del Parma. Era nel mirino dei grandi club italiani. Alla Roma era stato segnalato da Carlo Liedholm, papà Nils lo andò a vedere insieme a Viola in una partita giocata sotto una grandinata. Per lo svedese fu un colpo di fulmine, "ingegnere, questo bisogna prenderlo subito". Viola non se lo fece ripetere due volte. Sapeva che l'Inter era a un passo dall'acquistarlo. Bisognava fare in fretta. L'ingegnere telefonò subito al presidente del Parma, Ernesto Ceresini, con cui aveva una solida amicizia. "Ernesto, Ancelotti lo hai già venduto?", la risposta fu negativa. "E allora se ti offro un miliardo e mezzo di lire, me lo dai?": l'affare si chiuse in pochi giorni. E Ancelotti si presentò a Roma come il giovane emergente migliore del nostro calcio.

Mantenne le premesse, otto anni in giallorosso, uno scudetto (più uno perché un romanista non potrà mai dimenticare Ramon Turone), quattro coppe Italia, una finale di Coppa dei Campioni pareggiata (è sempre il romanista che parla), due ginocchia sacrificate alla causa, tre interventi chirurgici che ne hanno limitato un apporto comunque da campione, 227 partite, 17 gol, un posto speciale nel cuore dei tifosi giallorossi, un rapporto meraviglioso e d'affetto con tutta la famiglia Viola, con papà Ancelotti che ringraziava regalando forme di parmigiano.  Tutti ci rimasero male, molto male, quando nell'estate del 1987 scoprirono che Agnolotto era volato a Milano, sponda Milan, voluto da Berlusconi che era entrato nel calcio con l'intenzione di cambiarne parametri e leadership. La Roma, per la verità, non ci pensava proprio a cedere Ancelotti. Galeotta fu una cena milanese, invitati Ettore Viola e Giorgio Perinetti allora ds giallorosso, padroni di casa Adriano Galliani e Ariedo Braida. Tra una portata e l'altra, Galliani si avvicinò a Ettore Viola e gli sussurrò che erano pronti cinque miliardi e ottocento milioni di lire per Ancelotti. Boom. L'ingegnere, avvertito, disse di no, ma poi nei giorni successivi un aereo privato battente bandiera del biscione andò a prendere Ancelotti che era in vacanza, lo portò a Milano, visite mediche, firma su un triennale da seicento milioni di lire, uno sproposito all'epoca. L'ingegnere non la prese bene, ci fu uno scambio di lettere al veleno con Berlusconi. Ma Agnolotto si presentò a casa Viola, "ingegnere mi offrono un contratto ricchissimo". Si racconta che si lasciarono tra le lacrime, Carletto ormai era un giocatore di un Milan che poi avrebbe fatto la storia con Agnolotto che in campo era l'uomo perfetto perché si mettessero in pratica i dettami sacchiani. Un allenatore con gli scarpini e il numero sulla maglia.

Come poi lo è stato anche una volta appesi gli scarpini al chiodo. Un allenatore che è partito dal basso per arrivare in cima, scudetto e due Champions con il Milan, la decima a Madrid, scudetti e coppe anche con Chelsea, Bayern, Psg, un nome conosciuto in tutto il mondo con la conseguenza di ingaggi sempre più ricchi. Quegli ingaggi che poi sono stati alla base del suo mancato ritorno, quando sarebbe stato possibile, a quella Roma che non ha mai dimenticato. De Laurentiis, invece, è arrivato nel momento giusto, portandoselo a Napoli, felice della scelta, al punto che nei giorni scorsi ha dichiarato di sognare un Ancelotti alla Ferguson. Difficile che succeda nel calcio di oggi. E allora resta vivo il sogno di rivedere Agnolotto vestito di giallorosso. Del resto è o non è ancora giovane?