La prima cosa che sta fortemente a cuore, a chi ha conosciuto da vicino Daniele Nardi, e in queste ore si trova alle prese da un lato col dover gestire dolore e ricordi, e dall'altro con il compito di raccontarne agli altri la vita umana e alpinistica, è quella di sfatare l'immagine che sovente viene data di persone come lui, descritte impietosamente (e ingiustamente) come avventurieri sprezzanti del pericolo, e privi di scrupoli nel mettere a repentaglio la propria vita.

Perché Daniele ("Romoletto" negli ambienti alpinistici, fisiologicamente a schiacciante maggioranza settentrionale, e lui di natali pontini e parlata romana), per coltivare i suoi progetti alpinistici, compreso il grande sogno di aprire una via nuova sull'inviolato sperone Mummery del Nanga Parbat, con la vita non ci ha mai giocato, neanche per un attimo: era troppo innamorato di quest'ultima, per dimenticarne il sommo valore, e non ha mai derogato alle regole di maniacale attenzione con cui si imponeva di affrontare la pianificazione e la strategia di ogni singolo passo, in base alle condizioni della montagna e del meteo, lo scrupoloso e scientifico calcolo del rischio a cui dedicava tutta la sua concentrazione, tenendo l'asticella da non superare molto più in basso di quanto si possa credere.

Lui e il suo valoroso compagno di spedizione, Tom Ballard, sono rimasti vittime infatti non di una valanga o del crollo di un seracco (innegabili pericoli di quella via, che Daniele però aveva ripetutamente dimostrato di saper prevenire, muovendosi con calcolo e prudenza), ma di un tragico incidente in parete, non legato alla peculiarità di quest'ultima.

Il suo concetto di alpinismo non guardava all'idea di arrivare a tutti i costi in vetta o di battere record, ma piuttosto all'eleganza della via da percorrere, all'eticità e alla lealtà del modo di scalarla, e parallelamente era spinto dal fascino dell'avventura nell'ignoto, alla scoperta di angoli del globo e capacità umane ancora inesplorate. Gli scorreva nel sangue l'ancestrale spinta dell'evoluzione umana, senza la quale saremmo ancora all'età della pietra: la voglia di conoscere, di spingersi ai confini dello scibile umano (sia geografici che del proprio fisico), affrontarli con lucidità, consapevolezza e coraggio, e provare a spostarli… un po' più in là.

Uomo di grande generosità e nobili valori, ambasciatore dei diritti umani, soste fisse nei remoti e poverissimi villaggi delle valli nepalesi e pakistane, per portare materiale scolastico e sportivo ai bambini, quest'anno anche le magliette dell'Inter nuove di zecca, che gli aveva procurato Andrea Ranocchia.

La pagina del "Romanista" del 2009 in cui incontrammo Daniele Nardi per una chiacchierata: lo scalatore ci raccontò la sua passione e i suoi pensieri per Totti e i nostri colori anche a più di 8.000 metri

Grande sportivo, ma non tifoso di nessuna squadra di calcio in particolare, nel 2007, sulla vetta del K2, ebbe la forza di tirar fuori dallo zaino un gagliardetto della Roma firmato da Totti, che gli era stato spedito prima della partenza, e di girare un video di saluto… in cui, per gli scherzi dell'aria rarefatta a quota 8611 metri, lodò i goal "di piatto" del Capitano, invece che di cucchiaio, come raccontava divertito, da uomo intelligente e autoironico. "Pippo hai visto la Roma", mi scriveva lo scorso 11 aprile, all'indomani di quella serata col Barcellona, "ovvio Dan, ero sugli spalti", gli rispondo. "Preparati perché a dicembre si riparte per il Mummery", la sua replica che mi lasciò a bocca aperta, più del goal di Manolas. Seguirlo in tutte le sue spedizioni da Roma, ma con il cuore e con la mente in alta quota insieme a lui, per fornirgli via satellitare le previsioni meteo giorno per giorno, è stata l'esperienza più incredibile della mia vita, e ho potuto toccare con mano tutto ciò che vi ho scritto, fino all'ultima telefonata e all'ultimo messaggio che ci siamo scambiati, due settimane fa.  Mi mancherai tanto, Dan. Che la neve ti sia lieve, lassù.