Padroni di Roma, da sempre. Il revisionismo che negli ultimi anni ha provato (senza particolare successo) a riscrivere la storia del calcio a Roma è stato smentito dai fatti. E dagli spalti dell'Olimpico, da sempre colorati in maggioranza di giallorosso in quelle che una fastidiosa convenzione ci porta a chiamare "stracittadina".
Le prove d'amore del popolo romanista in occasione delle sfide contro quegli altri hanno riconfermato una verità inconfutabile, anche quando il calendario ci vorrebbe fuori casa. Di fatto, la Roma gioca sempre in casa, e non solo per i colori e il nome che porta. Soltanto in occasione del derby giocato al Flaminio il 18 marzo 1990 i tifosi giallorossi furono confinati in un settore ospiti. Dal quale non fecero comunque mancare il loro apporto alla vittoria firmata da Voeller. La Capitale è nostra e, prima che le tribune venissero divise in base alla squadra sorteggiata in casa, sugli spalti - ancor prima che in campo - abbiamo sempre dominato.

Cinque lettere, tutto

Basterebbe anche soltanto quell'enorme dichiarazione di dipendenza di un popolo: il 23 ottobre 1983 è il simbolo di tutto questo, perché noi scendiamo in campo da Campioni d'Italia e loro da neopromossi. E nulla possono le loro bandierine, di fronte a quell'enorme «Ti amo» scritto in lettere rosso sangue su base bianca. Cinque lettere, tutto: una coreografia rimasta impressa nella storia romanista e non solo, realizzata quasi d'emergenza perché l'idea originaria non si era potuta concretizzare. A corredo del messaggio supremo d'amore, uno striscione alla base della Curva: «Una fede... una volontà... un traguardo... vincere malgrado tutto». E la squadra lo fa, con i gol di Nela e Pruzzo. Così come vince anche undici anni dopo, il 27 novembre 1994. In quell'occasione la Roma ricorda ai suoi dirimpettai che »C'è solo l'A.S. Roma», con il nostro stemma che mostra fiero la Lupa mentre allatta Romolo e Remo. Se sugli spalti non c'è storia, in campo le cose non vanno diversamente: li annientiamo 3-0, nonostante i pronostici di molti ci diano per sfavoriti.

Sovrana del mondo

L'anno scorso la Sud fa ricorso a una frase tratta dalle "Elegie Romane" di Goethe per descrivere lo i profili del Colosseo e del Cupolone, affiancati da Tiberino, divinità della mitologia romana, Romolo e Remo e la Lupa: «Una lupa i gemelli nutre e si chiama Roma la sovrana del mondo». Per ribadire ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, che Roma ci appartiene. E che noi, e noi soltanto, le apparteniamo.