«Il calcio è la più importante tra le cose meno importanti», scriveva in un fortunato libro Arrigo Sacchi. Non pensando che, in determinate occasioni, quando le sue dinamiche, i suoi riti si intrecciano con la vita di una persona, lo sport può assumere un ruolo infinitamente più grande. È il caso della storia di Elena Sorrentino, la collega giornalista che ha raccontato la sua battaglia contro un cancro al seno nel libro "Io, il cancro e la Maggica" (la doppia "g" non è un errore ma un omaggio al dialetto romanesco). Una storia che torna d'attualità proprio nel giorno del derby e che conferisce all'incontro una valenza ancora più grande. Proprio il 16 novembre, la vigilia della stracittadina vinta 2-1 grazie ai gol di Perotti e Nainngolan, Elena teneva la sua prima seduta di chemioterapia al Gemelli. Il giorno dopo, era in tribuna stampa a tifare e gioire per la Roma. «Sinceramente – ricorda – non sapevo che l'ospedale fosse così vicino alla stadio, così nacque l'idea…».

Più che un'idea, sarebbe meglio definirlo un patto…
«Sì, possiamo proprio definirlo così. Roma mia, mi dissi, io ti sosterrò sempre, ma ora tocca anche a te sostenermi. Mentre guardavo la partita, vedendo l'effetto benefico che aveva sul mio corpo lo stare all'Olimpico in mezzo alla gente, mi ripromisi di tornare allo stadio ogni volta che avrei avuto le sedute di chemioterapia. Così, un po' per caso un po' per amore, per i sei mesi della cura ho fatto coincidere la chemioterapia con le partite casalinghe della Roma».

Una partita di calcio, seppure il derby, non sono nulla di fronte alla malattia e alla sofferenza di una ragazza. Eppure…
«Lo volevo con tutte le mie forze, quando ne parlavo con i medici e gli infermieri dell'ospedale alcuni me lo sconsigliavano, altri mi incoraggiavano. Così, quando chiesi di accompagnarmi e entrai allo stadio, capii di aver fatto la scelta giusta. Ero al posto giusto nel momento giusto. Mentre salivo i gradini e vedevo quei colori mi sentivo forte più che mai e quando tutto lo stadio iniziò a cantare "Roma, Roma" la stanchezza e la nausea sparirono. Vedere poi la coreografia della Sud fu, l'emozione più appagante».

La Roma, quando ha saputo della tua storia, ti è stata vicina?
«In società hanno saputo della mia storia dopo l'uscita del libro. Subito ho ricevuto messaggi carichi d'affetto. Soprattutto De Sanctis non ha mai mancato di farmi sentire la sua vicinanza. A breve, poi, sarò anche ricevuta a Trigoria e passerò qualche ora con la squadra».

Facciamo un passo indietro e torniamo all'estate del 2017, quando ti viene diagnosticato un cancro al seno…
«Non ci credevo, fino all'ultimo avevo sperato in un errore. Anche quando sono entrata in sala operatoria ero convinta che risvegliandomi mi avrebbero detto che si erano sbagliati. Del resto, io ho sempre avuto dei fibroadenomi al seno e puntualmente facevo delle visite per tenerli sotto controllo. Invece, avevano avuto ragione loro, purtroppo».

Finite le cure, scatta l'idea del libro. Perché?
«Dopo il ciclo di chemioterapia, iniziai una cura di cortisone. Non riuscivo a dormire per i fastidi. Così cominciai a pensare a tutto quello che mi era successo e iniziai a scrivere. All'inizio per distrarmi e non darla vinta al dolore. Poi, per raccontare quello che mi ha insegnato questa storia».

Cioè?
«Che la passione ti salva la vita. Qualunque essa sia. Per me è stata la Roma. L'amore per quei colori, nati davanti alla tv durante la finale di Coppa Uefa contro l'Inter (Elena è di Sorrento, ndr), mi ha fatto superare l'ostacolo più grande della mia vita. È questo un messaggio che voglio lanciare alle tante persone che ogni giorno combattono contro il cancro e che, magari, si sentono sole e senza stimoli».
Nietzsche affermava: «In me c'è qualcosa che non può essere messo a tacere e vuole essere espresso». A chi vi fa pensare?