Un club, un popolo

Il racconto della festa, prima parte: il noi davanti all'io

Il trionfo europeo fa esplodere la gioia di tifosi e squadra che si fondono tra loro. La vittoria europea ha stappato un'euforia che era già nell'aria da tempo

Il pullman della squadra con i tifosi sotto al Colosseo (As Roma via Getty Images)

Il pullman della squadra con i tifosi sotto al Colosseo (As Roma via Getty Images)

27 Maggio 2022 - 08:29

Passione senza confini. In ogni senso. Prima la festa infinita di Tirana. Poi a Roma, a casa, con tutti quelli che non hanno avuto la fortuna di assistere dal vivo alla sfida storica. Centinaia di migliaia di persone riversate nelle strade della Capitale a celebrare il trionfo in Conference di mercoledì scorso in una delle cornici più suggestive del globo costituiscono magnifica testimonianza dell'enorme sentimento; e restituiscono colore e calore a una città che da sempre si alimenta di entrambi. A sfilare sui tre pullman scoperti tutti i protagonisti del cammino compiuto in coppa. Proprio tutti. Allenatore, giocatori, staff di ogni genere, dirigenti e perfino una presidenza poco incline all'apparenza. Nel segno della "famiglia" così spesso invocata negli ultimi tempi. Di un'unità d'intenti raramente così manifesta in passato.

La vittoria della coppa ha stappato un'euforia comunque già nell'aria da tempo. Perlomeno da quando si è annusato il profumo dell'impresa da tramandare ai posteri. Ma la realtà è che mai come in questa stagione la corrispondenza di amorosi sensi fra la Roma e i propri tifosi ha raggiunto picchi elevatissimi. Sfociata in un epilogo quasi naturale e per una volta a lieto fine. Ma chi ritiene che le smisurate manifestazioni di affetto dei romanisti nei confronti della Roma siano semplicemente figlie di un lungo digiuno di trofei è fuori strada. E quella percorsa ieri dai pullman giallorossi vestiti a festa forse è riuscita a dare indicazioni più profonde anche a sguardi meno attenti, lontani da questa realtà unica al mondo, che però possono finalmente aver ammirato un sentimento esploso in tutta la sua intensità. Soprattutto reciproco. Certo, il successo mette in moto le celebrazioni e rende tutto più evidente. Ma qui gli eroi non si ergono sul popolo, scelgono invece di fondersi con chi li acclama, diventando una cosa sola. I giocatori intenti a sventolare i bandieroni, cantare cori della Curva chiamando l'accompagnamento dei tifosi, accendere torce e fumogeni, ne rappresentano la manifestazione più evidente. La più bella per chi ha sempre considerato la Sud - intesa come sineddoche della passione romanista - parte integrante, nobile e quasi sempre vincente nella storia di questo club.

È qui la vera magia. Il noi prima dell'io: concetto tanto caro a José Mourinho - in particolar modo nella fase cruciale della stagione - che ha fatto appello in più occasioni a quelle folle, che a loro volta ne hanno alimentato il desiderio di empatia. Le lacrime (reiterate) dello Special One negli ultimi due atti del percorso europeo nascono lì, si sublimano nelle esultanze condivise col proprio pubblico, diventano lirica nel continuo gesto compiuto ieri da José della mano battente sul cuore, lungo gran parte del percorso trionfale fra i monumenti del centro storico. Dove non c'è dubbio che ora vada incastonato in qualche modo anche JM, totem fin dall'avvento e diventato se possibile ancora più ecumenico col passare dei mesi. Con il raggiungimento di un successo senza precedenti, quantomeno nell'era moderna. Tutti coloro che a vario titolo (o perfino senza averne) hanno provato a sminuirne la portata sono serviti: quando una città intera reagisce così, sfidando afa estiva, difficoltà lavorative e logistiche di un giorno infrasettimanale, tempi strettissimi, vuol dire che è stato compiuto qualcosa che esula dall'ordinario. Se ne facciano tutti una ragione.

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