Passo dopo passo

La storia nel suo farsi: la cavalcata trionfale da Trebisonda a Tirana

Un sogno lungo 10 mesi. Frazionato in quindici tappe, un altro mezzo campionato, girando l’Europa che solo gli invidiosi definiscono periferica

Lorenzo Pellegrini (As Roma via Getty Images)

Lorenzo Pellegrini (As Roma via Getty Images)

26 Maggio 2022 - 08:32

C'era un tempo sognato che bisognava sognare. La poesia di Ivano Fossati è perfetta per fotografare una cavalcata che, dopo oltre sessanta anni, ha riportato la Roma ad alzare un trofeo europeo, la prima Conference di sempre, con i Friedkin e Tiago Pinto, con Mourinho e lo Special One, con Pellegrini e Abraham, con una squadra che è stata sempre più squadra, con i tifosi e i tifosi che hanno ribadito come Agostino avesse ragione, perché ci sono i tifosi di calcio e poi ci sono i tifosi della Roma.

Il sogno

Un sogno lungo 10 mesi. Frazionato in quindici tappe, un altro mezzo campionato, girando l'Europa che solo gli invidiosi definiscono periferica. Ma a noi non ce ne frega niente. Partendo dalla Turchia, passando per Bulgaria, l'ultima Ucraina prima della follia della guerra, Norvegia, Olanda, Inghilterra, tagliando il traguardo in un'Albania vestita di giallorosso. Quindici partite, dieci vittorie, tre pareggi, due sconfitte, entrambe al circolo polare artico, poi cancellate con la quaterna qualificazione all'Olimpico rifilata ai presuntuosi norvegesi. Abraham e Pellegrini a trascinarci.

Zaniolo capace di ricordarci la sua versione migliore, quella tripletta ai norvegesi sarà tra le ultime a svanire dai nostri ricordi. Mourinho a fare lo Special One, a indicarci la strada che conosce come nessuno, quella che porta alla vittoria, alla Coppa alzata nel cielo d'Albania. 29 giocatori utilizzati: due portieri (Rui Patricio e Fuzato), dieci difensori (Karsdorp, Mancini, Ibanez, Vina, Kumbulla, Reynolds, Smalling, Calafiori, Missori, Maitland-Niles), dieci centrocampisti (Cristante, Veretout, Pellegrini, Diawara, Mkhitaryan, Villar, Darboe, Zalewski, Bove, Sergio Oliveira), sette attaccanti (Abraham, Zaniolo, Carles Perez, Shomurodov, Borja Mayoral, El Shaarawy, Felix), dodici marcatori (Abraham, Pellegrini, Zaniolo, Carles Perez, Shomurodov, Cristante, El Shaarawy, Mancini, Smalling, Ibanez, Borja Mayoral, Sergio Oliveira).

Il primo sogno ha cominciato a materializzarsi in una città, Trebisonda, che non abbiamo mai perso. Contro una squadra, il Trabzonspor, roba da play-off da Champions, nonostante le solite cialtronate raccontate da più di qualcuno (hanno vinto il campionato turco ridicolizzando la concorrenza), di fronte due vecchi amici come Gervinho e Bruno Peres, ma pure Hamsik e Cornelius, una squadra che voleva pensare in grande. In un'afa estiva insopportabile, diciannove agosto, ancora travolti da un insolito e meraviglioso destino griffato Josè Mourinho alla sua prima ufficiale con noi, senza Abraham che era appena sbarcato a Roma, ma già si era innamorato, ricambiato, con Zaniolo tornato in campo, finalmente un portiere tra i pali, una Roma ancora da costruire, ma sufficientemente tosta per sistemare la qualificazione al girone già nei novanta minuti turchi.

Lorenzo Pellegrini (As Roma via Getty Images)

Pellegrini a segnare il primo gol della stagione, l'anticipo di quella che per lui sarebbe stata la migliore, Shomurodov a certificare la vittoria dopo che Cornelius aveva rimesso tutto in gioco. Una formalità, ma solo dopo il fischio finale, il ritorno in un Olimpico alla sua prima, fantastica, recita di un amore che poi sarebbe stato ribadito, come sempre, più di sempre, ogni volta che la nostra Roma si sarebbe ripresentata in campo. Cristante a tranquillizzarci, Zaniolo a dirci sono tornato, il Faraone a ribadirci la sua felicità di vestire la nostra maglia. Tutto scontato, dissero gli invidiosi. Non lo era.

Il girone

Si va al sorteggio, da teste di serie, la Roma e il Tottenham le prime nel ranking della Conference, il sogno è appena cominciato e non è certo finito. Ci toccano il Cska Sofia, la novità degli ucraini dello Zorya, i campioni di Norvegia del Bodø. Tutto facile, garantiscono gli esperti. Condivisibile, ma le partite si vincono in campo, mai prima. Partiamo a casa nostra, contro i bulgari. Fedeli alla nostra storia andiamo subito sotto, ma la paura di un flop dura pochi minuti, ridicolizzata da una cinquina senza problemi, Pellegrini ci regala una perla per il pareggio, El Shaarawy ribalta il Cska, poi ancora il Capitano, Mancini e il primo gol europeo di Tammy nostro, archiviano la pratica prima di due trasferte consecutive.

La prima in Ucraina sul campo degli sconosciuti ucraini dello Zorya, in un paese che drammaticamente stava già cominciando ad avvertire l'inaccettabile terrore della guerra. Accompagnata dal sogno, la Roma batte il secondo colpo, El Shaarawy a ridimensionare l'ansia dopo pochi minuti, Smalling finalmente tornato ai suoi livelli come poi avrebbe confermato in tutta la stagione, ad allontanarla ancora di più, Abraham a cominciare a ribadire che gli orfani di Dzeko potevano pure cominciare a tranquillizzarsi.

E poi il buco nero. Bodø, i campioni di Norvegia, circolo polare artico, campo sintetico, il turnover (e non solo), la convinzione sbagliata che il sogno non poteva fermarsi. Fu un incubo. Capita, e oggi ci piace pensare che in ogni cosa c'è un'eccezione che conferma la regola. Lo stesso Mourinho al termine di quella sconfitta, non si nascose dietro le parole, «ho pensato a tutto, meno che alla partita». Sei gol subiti, troppo brutta la Roma per essere vera, il sogno che subisce una deviazione, l'appuntamento alla quarta tappa, il ritorno all'Olimpico, di nuovo contro i norvegesi per prendersi subito una rivincita. Rimandata, invece, perché pure a casa nostra i venditori di salmoni (a proposito di invidiosi azzerati dalla storia) si dimostrano una squadra vera, vanno due volte in vantaggio, El Shaarawy e Ibañez li riprendono, ridimensionando almeno in parte la mancata concessione di un paio di rigori clamorosi negati ai giallorossi, episodi che vanno ad arricchire, ahinoi, la colonnina delle nefandezze arbitrali che, da sempre, abbiamo dovuto subire in Italia e in Europa.

Bryan Cristante e Carles Perez (As Roma via Getty Images)

L'unico punto conquistato contro il Bodø, rischia comunque di mettere in dubbio il primo posto nel girone, quello che garantisce un turno di meno, due partite che andrebbero a sommarsi in una stagione già fittissima di impegni. Non sarà così. Perché i discepoli di Mourinho vincono le ultime due partite del girone, quattro gol allo Zorya, Perez, Zaniolo e doppietta di Tammy, tre ai bulgari in trasferta, ancora doppietta per Abraham, Borja Mayoral prima dei saluti, mentre i venditori di salmoni vanno a pareggiare in Bulgaria. Siamo primi, qualificati direttamente agli ottavi di finale.

Dagli ottavi a Tirana

Il sorteggio ci consegna i poco conosciuti olandesi del Vitesse. Dovrebbe essere facile, ma mai fidarsi. Infatti non sarà così. Non tanto nella partita d'andata a casa loro dove Sergio Oliveira giustifica il suo arrivo a Trigoria con una zampata d'autore, quanto all'Olimpico dove andiamo sotto per un eurogol, ma poi la spinta dei tifosi e una capocciata di Abraham al tramonto della partita, ci garantiscono che il sogno può continuare. L'urna che definisce il percorso delle ultime otto come fosse un tabellone di tennis, ci regala un fantasma norvegese e, nel caso, la vincente tra Leicester e Psv Eindhoven. Peggio era difficile che potesse andare.

Ancora i venditori di salmoni. Si va a casa loro per i primi novanta minuti, di nuovo quel maledetto campo sintetico. Pellegrini sembra esorcizzarlo nel primo tempo, ma nei secondi quarantacinque minuti il fantasma torna a materializzarsi, il Bodø ribalta il risultato rimandando alla sfida dell'Olimpico la questione qualificazione, con tanto di dopo partita piuttosto agitato. L'avvicinamento tutto è meno che sereno. Il ricordo dei precedenti è una presenza inquietante con cui fare i conti. Il dubbio ci accompagna. Ma la Roma e l'Olimpico lo sciolgono in un batter di ciglio, Tammy per aprire, tre volte Zaniolo per far capire ai salmonari che i precedenti erano stati soltanto becchime per gli ingenui e per riconsegnarci il Nicolò dagli effetti speciali, tre gol uno più bello dell'altro.

Zaniolo in gol contro il Bodo (As Roma via Getty Images)

È semifinale. La sfida è contro il Leicester finito sui libri di storia grazie a un romanista come Claudio Ranieri, ora allenato da Brendan Rodgers, retrocesso dall'Europa League, detentore della Fa Cup, roba che in Inghilterra vale quasi più del campionato. È un avversario vero, tosto, difficile, In più c'è un nuovo fantasma, quello delle semifinali degli anni passati contro le squadre inglesi, prima il Liverpool in Champions, poi il Manchester United in Europa League, a rendere la situazione ancora più delicata rispetto a quello che è già è di suo. Ma si va in Inghilterra accompagnati da un sogno. Pellegrini ci porta subito in paradiso, subiamo il pareggio nella ripresa, finisce così, all'Olimpico bisognerà vincere perché da quest'anno i gol in trasferta non hanno più la forza del gol doppio in casa di parità di reti. Il benvenuto agli inglesi glielo dà un Olimpico che voi umani... la botta decisiva è una capocciata di un Abraham sempre più meraviglioso, poi il cuore in gola fino al fischio finale. Una liberazione festeggiata in campo, sugli spalti, in città. La nostra Roma è in finale, completata la road to Tirana, il sogno ormai ha i contorni del trionfo. Il resto è storia di ieri e di un trionfo che mancava da 61 anni. Perché c'era un tempo sognato che bisognava sognare.

Abraham e Ibanez (As Roma via Getty Images)

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