Il libro

L'intervista a Bruno Conti: "La Roma è stata ed è la mia vita"

Marazico si racconta nel nuovo libro: "Di Bartolomei il mio leader, vincemmo lo scudetto perché eravamo un gruppo. Senza Liedholm mi avrebbero ceduto al Pescara"

Bruno Conti (As Roma via Getty Images)

Bruno Conti (As Roma via Getty Images)

25 Marzo 2022 - 10:30

Bruno Conti. Serve aggiungere altro? Sì, un libro. Per ripercorrere una carriera come ce ne sono state poche. Firmato da Marazico, il miglior giocatore di quell'indimenticabile Mondiale del 1982, e Gianmarco Zenga, giornalista di Mediaset. Obiettivo far riscoprire il profumo di un calcio che non c'è più se non nei ricordi di chi già ha compiuto gli anta. Operazione che Bruno ce ne è uno tutti gli altri son nessuno, ha voluto affrontare nonostante parecchie titubanze iniziali.

Dopo, una volta convinto, il ragazzo con la maglia numero sette, si è lasciato andare alla sua trasparenza, alla capacità di sapersi ancora emozionare, mai visto uno con la lacrima facile come Bruno, al piacere di spiegare un'avventura che lo ha portato in cima al mondo, al secondo scudetto romanista, agli attestati di stima da Pelè a Maradona. Perché la vita di Bruno Conti è stata quello di uno straordinario campione e di un uomo non in grado di fingere, uno che ha vissuto la sua vita con la pelle, uno, per esempio, che non riusciva mai a chiudere occhio alla vigilia delle partite.

Allora Bruno, perché questo libro?
"Per raccontarmi. Perché la mia vita è stata e continua a essere una meravigliosa avventura. All'inizio non ero convinto a farlo. Ma le insistenze di Gianmarco Zenga e della Rizzoli mi hanno fatto cambiare idea. Ora sono felice di averlo fatto".

C'è una dedica per questo libro?
"A mio padre Andrea e a mia madre Secondina. Magari sarò banale, ma senza di loro oggi non sarei qui a raccontarvi la mia vita. Vivevamo in una casa piccola, eravamo sette figli, avevamo poco ma loro ci davano tutto".

Sono stati loro a non farti partire per gli Stati Uniti dove volevano portarti per farti giocare a baseball?
"Sì. Io ero piccolo, ma a Nettuno, dove il baseball è una religione, me la cavavo come lanciatore mancino perché sono tutto sinistro. A casa mia una sera si presentarono il presidente del Nettuno accompagnato dal presidente del Santa Monica. Mia madre quando capì quello che stava succedendo gli chiese "ma l'America dove si trova?". Papà ascoltò, poi alla fine disse tranquillo, "Bruno resta qui".

Quella sera è cominciata la tua vita da calciatore.
"Probabile. Io per la verità in quegli anni d'estate giocavo a baseball, in inverno a calcio. Andavo a giocare ovunque. Facevamo le porte con i mattoni, indossai pure i panni del chirichetto per avere la possibilità di giocare all'oratorio. Per il puro divertimento di giocare. E forse questa è stata la chiave del mio successo".

Che vuoi dire?
"Quello che dico ai ragazzi di oggi: va bene giocare a calcio, ma studiate, createvi un'alternativa. Io ho sofferto per non aver potuto studiare quanto avrei voluto".

Per fortuna c'è stato il calcio.
"Sì, anche se gli inizi non furono tutti rose e fiori. Helenio Herrera mi bocciò al primo provino con la Roma, stesso risultato con la Sambenedettese e il Bologna. Poi, grazie al cielo, c'è stato Agostino Di Bartolomei".

Cioè?
"Ricordo che, due anni prima di essere poi preso dalla Roma, giocai a calcetto in un torneo a Lavinio. In campo c'era pure Ago, quello che poi sarebbe diventato il mio leader. L'emozione fu enorme. E quando mi presentai per la prima volta alla Roma, trovai lui a farmi gli onori di casa".

Già, la Roma.
"E' stata ed è la mia vita. Un'avventura meravigliosa. Negli anni ottanta eravamo una squadra formidabile. Che riuscì a vincere perché eravamo sì forti, ma soprattutto un gruppo unito e che si voleva bene".

Nel libro tutto questo come lo racconti?
"Con tutta una serie di aneddoti che sono scolpiti nella mia memoria".

Ce ne anticipi uno?
"Eravamo in ritiro a Riscone di Brunico. I giocatori stavano in un hotel grande, noi giovani in un hotel vicino più piccolo. Io dormivo con Ancelotti che per otto anni è stato il mio compagno di stanza. Una sera, pioveva a dirotto, Carlo dormiva. Io mi misi addosso un lenzuolo bianco, gli feci due buchi, Giorgio Rossi mi diede del mercurio per arrossarmi gli occhi. Così combinato entrai in camera da Ancelotti, lui si svegliò e si prese una grande paura al punto che il giorno dopo gli venne la febbre".

Hai fatto il nome di Giorgio Rossi.
"Indimenticabile. Nel libro ho voluto raccontare anche tutta l'altra Roma, da Giorgio a Fernando Fabbri ai magazzinieri. Che anni meravigliosi".

E poi c'era Liedholm.
"Unico. Inimitabile. Gli devo moltissimo. Senza il Barone probabilmente mi avrebbero ceduto al Pescara. Invece lui si impose e rimasi in giallorosso".

Da Liedholm a l'ingegner Viola il passo è breve.
"Inevitabile. Il presidente e la sua meravigliosa moglie donna Flora ci hanno sempre regalato serenità. Quando penso a loro, la prima cosa che mi viene in mente sono le passeggiate che facevo con loro a Trigoria durante i ritiri".

Dalla Roma alla Nazionale fino in cima al mondo.
"Quel Mondiale è stato un viaggio fantastico. Eravamo partiti tra le polemiche, il calcio scommesse, l'esclusione di Pruzzo, la convocazione di Pablito, i primi risultati non brillanti. Nessuno credeva in noi. Solo Bearzot, un altro personaggio meraviglioso, pensava che potessimo arrivare in fondo".

Aveva ragione.
"Sì. Battemmo il mondo. Brasile, Argentina, Polonia, Germania tornammo in Italia con la Coppa del Mondo".

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