Pellegrini. Sergio Oliveira. Veretout. Cristante. Mkhitaryan. Ed Edoardo Bove. Sì, il ragazzo cresciuto a Trigoria. In questi mesi del primo anno dell'era mourinhana, sta scalando a grandi passi le gerarchie del centrocampo giallorosso, al punto che Villar è andato a cercare fortuna (poca per ora) al Getafe, con Darboe e Diawara che sono stati superati nelle preferenze dello Special One da questo ragazzo che quando va in campo dà sempre l'impressione di essere al posto giusto nel momento giusto. E quando è stato chiamato in causa, ha sempre risposto presente (otto volte in campionato per manciate di minuti, una in Europa nella formazione iniziale). Come, chi lo può dimenticare, nella partita contro il Verona, con quel destro a rientrare che è una qualità solo averlo pensato, sotto la Curva Sud, a pareggiare una partita che un quarto d'ora prima sembrava l'ennesima tappa di un calvario di delusioni.

Quella partita di fatto è stata la definitiva promozione di questo ragazzo del duemiladue, al punto che oggi quando si deve ragionare sulla formazione che Mou manderà in campo, il nome di Bove comincia a essere pronunciato sempre più spesso. Vale, per dire, anche in vista della sfida di domani contro l'Atalanta. Difficile, sia chiaro, che Bove con tutti gli altri centrocampisti a disposizione, sarà spedito in campo nella formazione titolare, ma che nel corso della partita possa rappresentare una possibile variabile ci sta per una Roma che sta sempre più prendendo atto della necessità di poter ricorrere alla brillantezza di quel gruppo di ragazzi, Mourinho li chiama bambini, che sono cresciuti, bene, a Trigoria.

Quello che stupisce di Bove, oltre a qualità tecniche che ci sono e su cui comunque dovrà continuare a lavorare, è quella sensazione di maturità che trasmette, alla faccia di quei venti anni che potrebbero giustificare anche qualche atteggiamento sopra le righe. Non è roba per Edoardo Bove. Come dimostrò proprio quel giorno contro il Verona quando, dopo aver realizzato il gol del pareggio sotto l'estasi della Sud, piuttosto che andare là sotto a dare sfogo alla gioia per il suo primo gol, oh il primo e pure decisivo, si girò verso il centrocampo, un rapido sguardo in tribuna e soprattutto quella gestualità verso i compagni che diceva «dai sbrighiamoci, andiamo a vincere la partita». Roba per pochi come ieri Bove ha spiegato in un'intervista rilasciata al sito di Gianluca Di Marzio: «Il primo pensiero è stato tornare a centrocampo per fare un altro gol. Istintivamente mi è venuto di correre verso il centrocampo, riprendere velocemente il gioco e cercare un altro gol per vincere la partita. Nessun pensiero alla prima volta, quasi nessuna emozione. Lì per lì, ovviamente. L'unica cosa che ho fatto è stata guardare verso la tribuna dove stavano i miei genitori. Li ho cercati con lo sguardo, ma non sono riuscito a vederli. Credo però che loro mi abbiano visto... Con loro ho festeggiato la sera stessa e il giorno dopo. Mi è sembrato giusto così perché, come tutti i genitori, mi hanno sempre accompagnato assecondando la mia passione. Lo fanno tutti i genitori e per questa ragione mi sembrava giusto condividere quel momento con loro».

Dalla panchina se lo era coccolato anche Mourinho. Con il tecnico portoghese, sin dal precampionato, si è creato un rapporto vero, fatto di sincerità e disponibilità. Nel gennaio scorso molti club si sono presentati per prendere il ragazzo, ma Mourinho e la Roma, con il gradimento del procuratore Diego Tavano, non ci hanno pensato neppure un attimo a lasciarlo andare, preferendo tenerlo qui considerandolo già parte integrante del progetto partito in questa stagione. Mourinho ci raccontano che per il futuro punta forte su Bove: «Dopo il gol il mister non mi ha detto nulla di particolare. Sembra strano, ma per me è una cosa molto bella perché significa che lui quel momento non lo ha visto come un evento eccezionale. Non c'era un motivo particolare per dirmi che ero stato bravo. In allenamento ci chiama spesso bambini per scherzare, ma poi davvero ci tratta come i giocatori più esperti, tanto nei momenti negativi quanto in quelli positivi. Faccio un esempio: Pellegrini. Un suo gol o una sua grande prestazione viene vista come la normalità. Ecco per me o per Zalewski è la stessa cosa. Certo, è più difficile il dopo che il momento esatto. Perché devi dimostrare che non è stato un caso, un evento eccezionale. Mi ricordo, per esempio, che dopo la partita d'esordio contro l'Inter, il mister mi ha preso da parte e mi ha detto: «So che era una situazione difficile, ma non mi è piaciuto per niente come sei entrato». Lui è diretto, non ha peli sulla lingua. Ti dice le cose in faccia e ti fa capire quello che vuole. Se fai parte o no del progetto». Appunto, Bove ne fa parte. E domani contro l'Atalanta vuoi vedere che la variabile possa ripresentarsi nella sua versione migliore?