Scambio di whatsapp, del resto oggi non se ne può proprio fare a meno. Chiuso così: «Chiamami in tarda mattinata». Cioè più o meno l'ora di pranzo. Considerando che l'appuntamento è fissato da un ragazzo di cinquanta anni, papà felice di un bimbo che ne ha meno di due, cantautore, cantante, musicista, chitarrista, dodici dischi in una carriera al di sopra di ogni sospetto, soprattutto bluesman come piace a lui, Alessandro Britti. In arte Alex, ma più che in arte perché a Roma, le sue radici, Alessandro è un po' troppo lungo e, volendo, si può pure sintetizzare di più. Chiamiamo dopo mezzogiorno, Alex risponde al secondo squillo, la voce inconfondibile, felice di poter parlare, come gli avevamo anticipato, soprattutto di Roma, la sua squadra del cuore, cosa di cui non ha mai fatto mistero, ma senza mai cavalcarla a suo uso e consumo.

Professor Britti...
«Ti stoppo subito. Se mi chiami professore l'intervista finisce qui».

Eppure in questo periodo sei il professore di canto ad Amici.
«Vero, ma io non sono e non mi sento professore. Sono Alex, tutto qui».

Allora Alex, come e perché sei diventato tifoso della Roma?
«Non sono diventato, lo sono sempre stato».

Che vuoi dire?
«Voglio dire che non ho ricordi diversi, sono sempre stato della Roma, compresi gli anni della mia primissima infanzia dei quali ovviamente non posso avere memoria. Sono stato, sono e sarò sempre un tifoso della Roma».

Il primo ricordo qual è?
«Una foto, soprattutto. Io a tre anni, vestito di tutto punto con un completino dell'epoca della Roma e un pallone giallorosso in mano. Un pallone che avevo desiderato e che era stato il regalo di Natale, una cosa che mi garantì un'immensa felicità».

In famiglia chi altro aveva la malattia romanista?
«Papà Umberto. Innamorato puro dei colori giallorossi. Aveva una macelleria, il suo vizio era la Roma. Abbonato da sempre in tribuna Monte Mario».

Quindi le prime volte allo stadio con lui.
«Certo. Mi ha portato all'Olimpico sin da piccolissimo. Rimasi definitivamente contagiato».

Qual è stata la tua prima Roma?
«Primi anni settanta, avevo cinque-sei anni, era la Roma con Sergio Santarini Capitano e sulla fascia giocava un certo Francesco Rocca, un campione di cui eravamo tutti innamorati, ma purtroppo anche un campione di sfortuna, quel ginocchio ci ha privato di un campione e di un esempio per tanti anni».

Ti sei goduto, insomma, quegli anni che trasformarono la Rometta in grande Roma.
«Solo in parte».

Perché
«Perché papà mi vietò lo stadio».

Per quale motivo?
«Avevo poco più di sette anni. Come sempre andai allo stadio con lui, era in programma Roma-Juventus. Successe che alcune decisioni arbitrali non andarono troppo a genio (come ti sbagli ndr) ai tifosi. Ci furono incidenti. Ci fu caos anche in tribuna. Alcune panchette di legno dello stadio presero fuoco, papà mi prese in braccio e scappammo di corsa verso casa. Da quel giorno non mi portò più».

Amore finito?
«Ma quando mai. Passai qualche anno senza stadio, ma poi crescendo cominciai a tornarci senza dire niente a nessuno».

Come senza dire niente a nessuno?
«Il divieto di papà di andare allo stadio era ancora in vigore, gli avessi detto che andavo a vedere la Roma non mi avrebbe dato il permesso. E allora con gli amici ci andavamo di nascosto. Ho fatto bene perché mi sono goduto i meravigliosi anni ottanta della nostra Roma».

Hai qualche ricordo particolare di quell'epoca?
«Basta un nome, Paolo Roberto Falcao. A tredici anni comprai una sua foto, all'epoca andavano molto di moda, la appesi nella mia camera, al fianco di un altro mio mito».

Calcistico?
«No, musicale. Dizzy Gillespie».

Proviamo a spiegare, magari non tutti lo conoscono.
«Uno dei più grandi musicisti di sempre. Jazzista, ma non solo. Suonava tromba e pianoforte soprattutto, ha inventato il bepop, in sintesi un musicista e strumentista meraviglioso».

Torniamo a Falcao.
«Appesi la sua foto al fianco di Dizzy. E ancora oggi quelle due foto fanno parte della mia vita».

Spiegaci.
«Me le sono portate dietro in tutti i traslochi, e non sono stati pochi, che ho fatto. Sempre con me e sempre vicine. Qualche anno fa le ho incorniciate. Ora sono una a fianco dell'altra in cucina, sopra la macchinetta del caffè. Io la mattina mi alzo, mi faccio il caffè e li guardo. Non c'è modo migliore di iniziare la giornata».

Quella Roma, comunque, non era soltanto Falcao.
«Era una squadra di campioni, Pruzzo, Bruno Conti, Nela, un grande allenatore come Liedholm, un presidente illuminato come Dino Viola».

E poi il Capitano Agostino Di Bartolomei.
«Un grande, mi fermo qui, preferisco non aggiungere altro».

Per gli anni di quella Roma era sempre in vigore il divieto paterno.
«Sì. Ma io con gli amici ci andavo lo stesso. Ho conservato anche alcuni biglietti di quelle partite, ci tengo tantissimo».

Pure quello della finale di Coppa dei Campioni?
«Mi vietarono di andarci. La vidi a casa in televisione, per la rabbia alla fine successe di tutto, ho ancora i lividi addosso».

Sei stato un tifoso da trasferta?
«Poco. Del resto mi vietavano di andare all'Olimpico, figurati fuori Roma».

Hai mai tradito la Roma?
«Tradito mai, però per qualche anno me ne allontanai».

Il motivo?
«Soprattutto due. Il primo: ero andato allo stadio a vedere la sfida di Coppa dei Campioni contro la Dinamo Berlino, partita e vittoria fantastica, ma alla fine, all'esterno, vidi una rissa, la cosa mi diede molto fastidio».

Il secondo?
«Emigrai».

Cioè?
«Finito il liceo, fatto il militare, decisi di andare via da Roma mia. Per amore della musica, roba che papà non è che vedesse tanto bene. Mi trasferii ad Amsterdam che divenne la base dei viaggi in Francia, Germania, Belgio, dove andavamo a suonare».

Roma dimenticata?
«Assolutamente no. Solo che all'epoca non è che ci fossero i mezzi di comunicazione di oggi. Ad Amsterdam c'era una tv via cavo e quando si riusciva a prendere Raiuno era un mezzo miracolo. Anche i quotidiani italiani non è che arrivassero tutti i giorni. Mi ricordo, però, che il lunedì mattina andavo a Spui Place, uno delle piazze più famose della capitale olandese. Lì c'era un'edicola dove arrivava il Messaggero, lo compravo e mi leggevo i resoconti delle partite della Roma».

Quando sei tornato dall'Olanda?
«Anno 1998, ma non a Roma. Mi stabilii a Milano, avevo partecipato a Sanremo, il mio nome iniziava a essere conosciuto. Cominciavo ad avere un pizzico di successo nel mondo musicale, la mia casa discografica era lì, inevitabile andare a Milano».

Un romano a Milano.
«Eh già. Non fu semplicissimo. Roma e la Roma mi mancavano. Non presi mai un appartamento a Milano, per due anni sono stato in un albergo a tre stelle, ero diventato uno di famiglia. Furono molto carini con me».

Che vuoi dire?
«Li convinsi a fare l'abbonamento per Telepiù, la paytv che all'epoca trasmetteva le partite della serie A. Mi ricordo che una domenica provocai uno spavento a tutto l'albergo».

Spiegaci meglio.
«C'era il derby. A un gol di Delvecchio, grande SuperMarco, con Nesta attaccato alla sua maglietta, feci un urlo primordiale. Mi squillò subito il telefono in camera, «signor Britti che è successo, si sente male?». Spiegai il motivo. Capirono. I problemi semmai arrivarono dopo».

Cioè?
«Rimasi senza voce per una settimana, non potevo cantare, niente concerti. Ancora oggi quando sono in tournèe, le partite della Roma le vedo poco per evitare il rischio di dover rinviare il concerto».

Quando sei tornato a Roma?
«Anno duemila».

Giusto giusto...
«Per il terzo scudetto».

Eri allo stadio per la partita contro il Parma?
«No. La vidi a casa di un amico laziale».

Laziale?
«Sì. Era un amico di papà. Alla fine uscimmo tutti a fare festa, pure l'amico laziale di papà».

Che rapporto hai con la Lazio?
«Lazio? Che è una squadra di pallavolo? No, sto scherzando, ma con questo voglio dire che sono di
un'altra generazione, quella degli sfottò senza mai andare oltre. Mi diverto tantissimo con alcuni amici tifosi laziali».

Hai qualche episodio a questo proposito?
«Uno, soprattutto, legato sempre a papà. Lui aveva una macelleria a Monteverde, era in una via con tanti negozi, solo il pasticciere era laziale. Quando loro vinsero un derby lui fece stampare dei necrologi. I romanisti si presero la rivincita qualche mese dopo, derby giallorosso, durante la notte la saracinesca della pasticceria si colorò di giallo e rosso. Non si parlarono per un po' di tempo, poi finì tutto con un sorriso».

Perché sei tifoso della Roma?
«Non c'è una risposta. Uno è della Roma, punto e basta, non c'è bisogno di nient'altro, basta Roma».

Che rapporto hai con la Roma di quest'anno?
«Complicato. Pure l'altra sera con il Porto ci hanno fatto tremare. Ma è la Roma, mi basta».

Vai allo stadio?
«Da un paio d'anni poco. Mi è nato un figlio, chi è papà può capire».

Che tipo di giocatori ti piacciono?
«Quelli eleganti e che danno il fritto».

Mi fai qualche nome?
«Per l'eleganza direi Keita, un giocatore fantastico anche se è arrivato qui che aveva già tanto calcio alle spalle. Per quelli che danno il fritto mi viene il nome di Kevin Strootman, quello del primo anno, formidabile, uno che faceva paura agli avversari e in campo non tirava mai indietro la gamba».

Ti faccio un altro nome, Daniele De Rossi.
«Meraviglioso. Capitano perfetto, è l'ultimo che abbandona la nave. È uno che in campo dà sempre tutto. Qualche volta pure troppo».

Totti a cosa ti fa pensare?
«Al calcio. Un artista del pallone. Me lo sono goduto tutto. Quando era in campo, illuminava, disegnava calcio».

Te la ricordi la prima partita che hai visto all'Olimpico?
«Come no. Era un Roma-Atalanta di coppa Italia. Perdemmo. Tornai a casa piangendo».

C'è una partita in particolare, a parte quelle storiche, che ti piacerebbe rivivere?
«Una partita contro la Fiorentina, stagione 1981-82, venticinque ottobre 1981, Falcao comincia l'azione, entrano in gioco Chierico e Nela, il difensore lancia in area, colpo di tacco del Divino, testa di Pruzzo, gol. Un'opera d'arte».

Che rapporto hai con i tifosi della Roma?
«Sono unici. Da qualche anno mi sono innamorato dei tifosi giallorossi che non sono di Roma. Ho un amico di Castelfranco Veneto, Mariano, è fracico di Roma, è una goduria sentirlo con la cadenza veneta dire forza Roma».

Se dovessi suonare la Roma, che musica sarebbe?
«Un blues. La mia musica preferita. Musica vera, anima, cuore, pelle».

Ultimo tifoso romanista è arrivato secondo a Sanremo tra le polemiche. Che dici?
«Che il regolamento era noto da prima. Capitò anche a me nel 2003, la mia canzone era Settemila caffè, i voti della giuria popolare avevano decretato la mia vittoria, alla fine il festival andò ad Alexia. Del resto per un romanista, secondo è il piazzamento con cui abbiamo più confidenza».

Difficile dargli torto al Professore. Anzi ad Alex.