Quando Pallotta e Di Benedetto radunavano i soci per comprare la Roma e far partire un nuovo ciclo, l'Atalanta in serie B lottava per la promozione in serie A. Nel mese di giugno 2011 la Dea risalì nella massima serie per restarci definitivamente, chiudendo così quell'andirivieni tra A e B che aveva caratterizzato il primo decennio degli anni 2000. Per quattro-cinque stagioni (con in panchina Colantuono e poi Reja) faticò a salvarsi, ma raggiunse sempre l'obiettivo. Poi cinque anni fa la svolta: in panchina Gasperini e dal mercato cominciarono ad arrivare nomi che diventeranno importanti, anche se allora parevano sconosciuti ai più: nel 2015 furono acquistati De Roon per 1,3 milioni, Kessie per 1,5, Freuler per 2,10 e Toloi per 3,8; nel 2016 Gianluca Mancini per 1,9, Hateboer per 1 milione, mentre Cristante e Spinazzola arrivarono in prestito da Benfica e Juventus e il giovane Alessandro Bastoni saliva dal vivaio (e l'anno dopo fu ceduto all'Inter per 31 milioni). Nel 2017-18 fu ricomprato De Roos (era stato ceduto al Middlesbrough l'anno prima con grossa plusvalenza) e arrivarono anche Castagne (6,5), Ilicic (6,4), Palomino (4,7), Pessina (1,78) e Gosens (1,17); l'anno dopo fu la volta di Zapata, Ibañez, Pasalic e Kulusevski dal vivaio, poi di Muriel, Malinovski, Zapata, Pasalic e Miranchuk. La frase che si ritorcerà contro il ds spagnolo Monchi alla fine della sua complicata esperienza romana (non solo per suoi demeriti, è bene chiarirlo ogni volta), l'ormai famigerata "il problema non è vendere, semmai comprare male", faceva riferimento alle problematiche della Roma, ma se associata alle strategie portate avanti dall'Atalanta oggi è materia per cui impallidire. Basti pensare che i cartellini dei 22 giocatori che presumibilmente si affronteranno oggi a Bergamo sono costati a Percassi 104,6 milioni e a Pallotta/Friedkin 183,5 milioni. Eppure, a dispetto della cifra spesa, la grandissima favorita per la vittoria finale della sfida di questo pomeriggio (calcio d'inizio ore 15) è la squadra nerazzurra: mediamente, l'"1" è quotato 1,6, l'"x" 4,2, il "2" 4,6. E nessun osservatore neutrale sarebbe disposto a mettere un euro sul fatto che la squadra di Mourinho (che peraltro guadagna più del doppio di Gasperini) possa arrivare in classifica alla fine della stagione prima della Dea. Dunque o sono stati particolarmente bravi all'Atalanta o sono stati particolarmente somari alla Roma. Oppure è successo semplicemente che da una parte hanno avuto la forza di insistere su un progetto virtuoso a dispetto magari delle difficoltà iniziali e dall'altra ogni volta sono ripartiti da capo. E con Mourinho speriamo tutti nella svolta decisiva. Neanche la cabala è dalla parte romanista. Negli ultimi anni con loro sono arrivate solo bastonate: limitando il conteggio proprio alle ultime sei stagioni, da quando cioè l'Atalanta è tornata in serie A, la Roma ha vinto in una sola occasione a Bergamo (1-0 il 20 agosto 2017, gol su punizione di Kolarov), le sconfitte sono state 6, i pareggi 5. L'anno scorso con Fonseca andò malissimo all'andata, 4-1 per loro il 20 dicembre 2020 con illusorio gol del vantaggio di Dzeko e travolgente ripresa con reti di Zapata, Gosens, Muriel e Ilicic, e meglio al ritorno, 1-1 con Cristante a pareggiare in superiorità numerica il vantaggio di Malinovski, era lo scorso 22 aprile. Si gioca in un momento insolito, sia per la collocazione oraria (alle 15 è la prima volta quest'anno, l'ultima fu domenica 4 aprile a Sassuolo, finì 2-2) sia per il combinato orario/giorno (l'ultima volta il 23 gennaio di quest'anno, Roma-Spezia 4-3). Mourinho ha detto ieri che vuole vincere, non firmerebbe per il pareggio. Giustifica la differenza dei valori tra le due squadre con i sei mesi di lavoro rispetto ai loro sei anni e, in particolare, con le dodici finestre di mercato contro l'unica da lui gestita. Serve solo un po' di tempo. Maledetto tempo.