"A regazzì", gridò a uno, a bocca larga e a gambe larghe, "gioco pure io, si nun ve dispiace". "None, none!" strillarono i ragazzini. "Semo giusti!". "Ma li mortacci vostra", gridò Tommaso, "quale giusti, quale giusti, ma che sarebbe? Che, sete 'a Roma?". "E vattene, nun sta a rompe er ca…!" gridò uno dei piccoletti». Tommaso, come se nulla fosse, essendo il più grande, entra in campo e comincia a giocare, nonostante gli strilli dei bambini e l'intervento di due giovani che erano a bordo campo; a uno di loro dice: «"A Zimmì", gridò, "e lasseme perde, no? Nun lo vedi che so' Pandorfini, so'?" (...) "So' 'na potenza so'! Pandorfini nun è nissuno appetto a mme!"».
Pier Paolo Pasolini, Una vita violenta.

Aveva quasi 93 anni Egisto Pandolfini che ieri si è spento nella sua Lastra a Signe, nelle stesse strade che ancora due anni fa percorreva con la sua bicicletta. Gli amici di sempre, il contatto profondo, viscerale e schietto con una terra in cui era nato e a cui caparbiamente è rimasto legato, sino all'ultimo, nonostante una vita consumata nel calcio (prima da atleta e quindi da dirigente) fatto da sempre di ritmi scombussolati che possono far perdere la bussola. Novantatré anni, eppure per me è stata una notizia brutta quanto inaspettata, perché avevamo avuto la possibilità, assieme all'amico Paolo Castellani, d'incontrarlo meno di un mese fa ed Egisto ci era sembrato non solo ironico e affettuoso ma anche in buona forma. Se ne va un gigante della storia della Roma, uno di quegli atleti a cui spetta il privilegio di segnare con il proprio volto e la propria verve l'intero spirito di un'epoca. Non mi avventurerò in un suo ritratto tecnico, ad altri per anagrafe e sapienza tecnica spetta questo compito. Mi preme però scrivere che quando la Roma, nel 1952 lo acquistò, Pandolfini era una delle stelle di prima grandezza del nostro calcio. Un campione che della Roma si innamorò come solo le stelle sanno fare.

«Mi faccia restare»

A testimonianza di quanto Egisto abbia legato la sua vicenda umana e sportiva alla causa giallorossa, mi viene in mente quanto avvenne il 27 maggio 1956, proprio nel momento in cui si trovava vicino al passo d'addio a quella maglia che aveva onorato in ogni occasione. Si stava riprendendo da un brutto infortunio ai legamenti crociati, eppure l'Inter lo aveva ripetutamente contattato lasciandogli intravedere un interessante trattamento economico e soprattutto un futuro nei quadri societari alla fine della carriera. Nonostante questo, dopo il triplice fischio finale di quella gara, negli spogliatoi, "Pandora" avvicinò Renato Sacerdoti, il Presidente che lo aveva portato a Roma e al quale rimase sempre legato. Il buon senso, l'istinto, il tornaconto economico… Tutto avrebbe dovuto dirgli a chiare lettere che era arrivato il momento di lasciare, ma un innamorato non ragiona con la testa, ragiona con il cuore e Pandolfini si avvicinò al "Sor Renato" e con una semplicità disarmante gli disse (e gli articoli dell'epoca sono lì a testimoniarlo): «Mi faccia rimanere, parto anche come riserva, il posto me lo conquisto strada facendo».

Questo era Pandolfini, che si era vestito di giallorosso quattro anniprima, reduce dalla spedizione olimpica e che aveva debuttato inprima squadra a Mestre, il 31 agosto 1952, in un'amichevole contro la squadra locale. Non ci furono squilli di fanfara l'indomani. Il giornalismo sportivo era più vicino al tribunale d'inquisizione che ai cantori delle gesta degli sportivi e quindi Giuseppe Melillo sul Corriere dello Sport si limitò a dire che il neoacquisto era sembrato «con qualche chilo in più».Era la Roma di "Palletta" Albani, di Arcadio Venturi e del genio ribelle Bronee, di "testina d'oro" Carletto Galli e dell'immenso Arcadio Venturi… Era, lo abbiamo detto e ci piace ripeterlo, anche la Roma di Pandolfini, che con questa grandinata di campioni si presentò al torneo della "rinascita", già da grande squadra. Non ci fu nessun anno di matricola per la Roma, nessun timido ambientamento o spirito remissivo. Quella del 1952-53 non fu una Roma impegnata a stilare tabelle salvezza o a dichiarare i propri propositi di fare "un campionato tranquillo".
Proprio grazie ad acquisti come quello di Pandolfini, la Lupa si presentò allo striscione di partenza sfacciata, pronta a rimettersi in gioco con il piglio della grande. Che cosa era la Roma di Pandolfini? Era, come oggi, ma in modo più carnale, la Roma della gente. In quel ritiro del 1952, per dirla tutta, i giocatori, nell'Albergo degli Oleandri a Soriano del Cimino erano accompagnati dall'allenatore, Mario Varglien, dal Consigliere Evandro Meloni, dal segretario Pierangeli e dal mitico masseur Angelino Cerretti, in servizio effettivo permanente dai tempi di capitan Attilio Ferraris. Stop così, lo "staff" era tutto lì. Come a dire che tra la squadra e il suo pubblico non c'erano né filtri, né barriere. Ed Egisto Pandolfini ricordava quei giorni come quelli in cui imparò a conoscere i tifosi della Roma, bevendo un caffè con loro al bar o vedendoli sciamare nelle strade di montagna al suo sbuffante passaggio, i giorni in cui cominciò a sentire di essere arrivato in una grande famiglia, di essere diventato veramente "romanista".

Il suo carattere dolce, affettuoso ed estremamente acuto, fece breccia nella considerazione di tutti e Pandolfini divenne per quello stile fatto di tenacia, grinta e abnegazione, uno dei beniamini più amati: «Sono venuto a Roma consapevole di dovermi rimboccare le maniche e me le sono rimboccate», ci ha detto "Pandora" non meno di un mese fa. Aveva ragione. Le maniche se le è rimboccate, ora tocca a noi farlo e dedicargli un ultimo infinito applauso, quello che segna il suo ingresso della storia alla leggenda della nostra Roma, a cui apparterrà per sempre.