È finita con Chiellini a mani alzate a centrocampo a chiedere scusa mentre Florenzi, inconsolabile, non riusciva proprio a percorrere i lunghissimi metri che lo separavano dall'ultima zolla calpestata all'inferno (mica solo metaforico) che lo attendeva dal rientro negli spogliatoi e chissà ancora per quanto, forse per sempre, a lui come a tutti gli altri. Il coro, rabbioso più che intonato, risuonava alto: «Ventura, Ventura, vaffanculo», tanto per far capire chi avrà in particolare la vita difficile oggi, colui che ha ignorato nei due spareggi mondiali il più talentuoso giocatore italiano, Insigne, e si è giocato le due partite senza una minima idea di fondo, solo puntando sui contributi individuali di un gruppo di giocatori spenti, impauriti, spesso imprecisi.

È finita così, prima di cominciare, l'avventura al Mondiale di Russia del 2018, è finita che l'Italia non ci andrà e la Svezia invece sì, per via di quell'autogol di De Rossi all'andata – onta che lui stesso aveva evocato in una conferenza stampa prima della gara d'andata – e alla fine di due orribili partite, le ultime della gestione Ventura. Riecheggiano i fantasmi del 1958, unica edizione saltata della rassegna mondiale per demeriti. Ma questi sono persino peggiori, nella sfida con la Svezia che non varrà la Lega Pro, come detto dall'allenatore della Ternana Pochesci che magari oggi sarà riabilitato, ma non può certo valere l'Italia. Sono fantasmi vestiti di giallo, e ci ballano davanti mentre i 73000 di San Siro sfollano e loro festeggiano impazziti sul campo, travolgendo la postazione di Eurosport per la gioia dei loro neanche mille tifosi festanti su nel terzo anello.

È finita nel gelo milanese e molto svedese, a rimuginare su una gara di ritorno in cui non sono bastati 27 tiri verso la porta (ma solo 6 nello specchio) e trequarti di partita in possesso palla. Cala il gelo sull'Italia che da oggi avrà un nuovo motivo per deprimersi un po' mentre da ogni parte risuoneranno anche le richieste di azzeramento dei vertici federali, smascherati da questo clamoroso fallimento, forse unica, magrissima, consolazione.

È stato freddo per tutta la serata anche se nella zona di San Siro non c'è stato modo di sentirlo fino al 95' e dentro il Meazza in particolare. Anche al momento dell'ingresso delle squadre in campo, le file fuori per entrare nei diversi settori erano lunghissime e scaldavano l'aria, il tutto esaurito forse ha colto impreparata anche la macchina organizzativa o forse l'arrivo allo stadio è stato disagevole per tutti per via del traffico, fatto sta che l'accesso agli spalti è durato ancora a lungo a partita iniziata. Dentro invece non si è capito che non era la serata adatta per la sportività, né San Siro si distingue rispetto alle più ataviche abitudini dei nostri stadi: per cui al momento degli inni un'indistinta massa di fischi ha coperto le note di quello svedese, per il rammarico dei giocatori azzurri in campo che hanno provato a dare un esempio diverso applaudendo con convinzione l'inno. E infatti poi un applauso generale si è levato anche dalle tribune, in un contrastato sentimento di ostilità poi soffocato. Gli svedesi in curva, un migliaio nel terzo anello sopra la porta in cui gli azzurri hanno attaccato nel primo tempo, hanno imparato a memoria un motivetto che qualche buontempone delle nostre parti deve aver trasmesso, per cui nei rari momenti in cui San Siro s'acquietava si sentiva distinto il coro "Solo la nebbia, c'avete solo la nebbia" che in qualche modo ha attirato qualche simpatia, almeno da parte nostra. A proposito di sportività, anche qui ha preso piede l'abitudine di accompagnare ogni rinvio del portiere (la Svezia di costruire la manovra dal basso proprio non ne aveva l'intenzione) con un "ohhhh" di richiamo e un insulto al momento del tiro. L'adrenalina può giustificare ogni cosa, ma certo l'ospitalità è un'altra cosa.

Qui del resto si è vissuto lo psicodramma di una nazione non abituata a restare fuori dal calcio che conta, né si può dire che gli svedesi siano stati più onesti, calcisticamente parlando. Al minimo contatto andavano giù, appena potevano allontanavano la palla anche a gioco fermo e nel giochino delle proteste all'arbitro sono stati persino più lamentosi dei nostri. Mateu Lahoz, un nome noto agli appassionati di Liga perché arbitra le più importanti partite del campionato spagnolo, si è distinto nel primo tempo per scontentare tutti: ha cominciato ignorando un tackle falloso di Augustinsson, forse il più incerto tra i loro difensori, su Parolo (8'), alimentando così l'idea di una scarsa attenzione della Fifa nei confronti dell'Italia, ma poi ha tolto qualsiasi dubbio non vedendo due evidenti tocchi di mano in area azzurra prima di Darmian (13'), poi di Barzagli (29'): su quest'ultimo le proteste di Forsberg sono state persino fisiche (mani sul petto all'arbitro), inevitabile l'ammonizione mentre Ventura chiedeva al quarto uomo addirittura l'allontanamento del più tecnico degli avversari.

La partita come prevedibile è stata a senso unico, con gli svedesi chiusi nel loro scandinavo 4-4-2 e assai poco disposti a tentare allungamenti in avanti (tanto che le uniche due note per il taccuino hanno riguardato le già citate proteste per le mani ignorate). Dalla parte nostra Ventura ha insistito con il suo 3-5-2 con l'evidente intento di allargare fino agli estremi laterali la loro linea soprattutto di centrocampo e cercare poi la superiorità numerica nei duelli nelle zone più delicate, con le alterne fortune che certe imprecisioni tecniche inevitabilmente fanno registrare. L'inssultatissimo Darmian, ad esempio, si è trovato cinque o sei volte con il corridoio giusto per arrivare fino in fondo ma ha quasi sempre sbagliato l'ultimo passaggio di sinistro. Da quella parte sono arrivate però in fraseggio altre occasioni costruite in azioni manovrate al 27' (gran sombrero per Immobile, cross basso su cui Gabbiadini non è arrivato, chiusura dalla parte opposta di Candreva con gran destro alto di pochissimo), al 41' (sinistro forte di Gabbiadini dal limite alto), al 43' (Parolo contrastato a colpo ormai sicuro) e quella in finale di tempo da Florenzi (tunnel all'avversario diretto e gran destro respinto di piede). Dalla parte destra sono arrivate invece le occasioni di Immobile al 16' e al 40' (su altri pallone laser di Jorginho), uno terminata sull'esterno della rete, l'altra incredibilmente smorzata dal portiere col sedere per il successivo rinvio di Granqvist. Brutto invece l'incidente occorso al 17'da Johannson, il loro centrocampista centrale di sinistra, coltoxin contropiede da un pallone impreciso di Forsberg e franato a terra col ginocchio distorto, mentre i compagni capivano immediatamente l'entità del danno e con gesti di disperata preoccupazione facevano cenno ai medici di intervenire prontamente.

Il finale di tempo dell'Italia ha lasciato ben sperare per il secondo, ma non per chissà quale fiducia in Ventura, anzi: il pubblico di San Siro appena poteva qualche insulto sul capoccione glielo inviava volentieri, magari nelle pause di gioco. Ma era il richiamo alle armi dei 73000 in prima linea mentre l'Italia intera in tv si appassionava all'impresa, più difficile a mano a mano che i minuti passavano. Tatticamente non c'era niente di innovativo nello schieramento azzurro: a Jorginho (come da previsioni preferito a De Rossi, che addirittura nel secondo tempo si rifiuterà di entrare per aiutare un Ventura evidentemente confuso: «Dobbiamo vincere!») era stata delegata l'organizzazione della fase offensiva, con qualche evidente imprecisione perla difficoltà del palleggio che non poteva essere geometricamente razionale come quello del Napoli, ma lasciato soprattutto alle ispirazioni individuali. Florenzi, interno di sinistra, è sembrato a lungo letteralmente impossibilitato a fornire il suo contributo dinamico, in una partita in cui c'era poco da correre all'indietro e molto da dialogare negli spazi stretti offensivi. Ma poi quando ha potuto liberare le sue non indifferenti capacità tecniche si è fatto notare: nella già citata iniziativa al 45' e, ad inizio ripresa, a provare la deviazione acrobatica su cross di Darmian, col pallone terminato vicinissimo al palo opposto di Olsen. Non meglio riusciva a fare Parolo nel centrodestra, mai pericoloso in fase offensiva e in difficoltà nella palude mezzana.

La ripresa è cominciata con l'occasione per Florenzi e proseguita sull'onda emotiva garantita più dal ruggito dello stadio che dall'efficacia della manovra azzurra e all'ennesimo errore di Gabbiadini (che ha cercato un'improbabile rovesciata acrobatica su un pallone conteso e sceso dal cielo), il ct ha immediatamente chiamato il cambio: dentro Belotti per l'attaccante del Southampton e El Shaarawy per l'inguardabile Darmian. Ma senza cambio modulo: il romanista ha affiancato Florenzi nella fascia sinistra e Belotti si è accoppiato a Immobile, per un 3-5-2 ultra offensivo. Logico a volte rischiare qualche contropiede, quasi mai pericolosi, giusto nelle intenzioni, per far salire la tensione di un'intera popolazione. Andersson, ct svcdese, non è stato particolarmente lungimirante sulle sostituzioni: obbligato a intervenire già nel primo tempo per l'infortunio di Johannson, ha provveduto ad altri due cambi al 9' (il gigantesco Thelinper Toivonen) e al27' (il crotonese Rohden per Claesson), non la soluzione migliore con la prospettiva teorica dei supplementari. Ma gli ha detto bene fino alla fine e visto che ormai c'era da giocarsi tutto dentro i tempi regolamentari anche Ventura ha giocato l'ultima carta, ignorando clamorosamente ancora Insigne e gettando nella mischia anche Bernardeschi, da interno sinistro di centrocampo. È stato un assalto continuo in un crescendo di emozioni, con lucidità inversamente proporzionale. Curiosamente, o forse no, i migliori nell'attacco al fortino sono stati i romanisti, con Florenzi spostato a un certo punto anche a destra (da lì ha avuto un'altra palla buona sul destro, ma ha sparato alto) e soprattutto El Shaarawy, inesauribile fonte di gioco per assist e conclusioni, con il preziosismo di un gran destro al volo su assist di testa di Immobile respinto a fatica dall'attentissimo Olsen. C'è stato spazio anche per un'autotraversa di Lindelof, e poi l'assalto finale, con Buffon un paio di volte spedito in area avversaria a saltare e qualche mischia su cui sperare nella ventura. Giusto quello: perché chi sperava in Ventura, ha dovuto invece disperarsi fino alla fine. E maledire chi su quella panchina ce l'ha messo.