Oggi, trentanove anni fa. A ripensarci, ci sembra ieri. Ricordando o rivedendo, le emozioni sono le stesse. Stadio Olimpico. Ore quattordici e trenta di un otto dicembre piovoso e con un cielo fin troppo nero. Ad accendere le luci non furono tanto i riflettori dell'impianto del Foro Italico, quanto quella Roma che scendeva in campo contro il Colonia, una delle più forti squadre dell'epoca, per ribaltare la sconfitta per uno a zero subita in Germania. Tancredi in porta, Nela, Vierchowod, Ago, Maldera la linea difensiva, in mezzo al campo il Cinque, Ancelotti, Prohaska, terzetto offensivo Bruno da Nettuno, il bomber, Iorio.

Fischio d'inizio. E parte una delle partite migliori della nostra storia. Indimenticabile. Come quell'urlo infinito e che sentiamo ancora nelle orecchie, al gol del due a zero per noi di un certo Falcao al tramonto della partita. Gol del raddoppio decisivo arrivato dopo che Iorio ci aveva portato in vantaggio con una capocciata a trasformare in gol una legnata di Ago su punizione respinta. E allora per rivivere, abbiamo pensato di farci raccontare proprio da Iorio quel giorno che, come dice Maurizio, «ha aperto le porte dell'Europa alla Roma». A quella squadra che dopo qualche mese ci avrebbe regalato l'emozione dello scudetto.

Maurizio te lo ricordi quel Roma-Colonia?
«Ma stai scherzando? Mi offendi se me lo chiedi. Ricordo tutto. Insieme allo scudetto quella partita è stata la più straordinaria emozione della mia carriera».

Cominciamo dal tuo gol, da quello di Falcao o dai tifosi?
«Dai tifosi, naturalmente».

Prego.
«Ce ne erano settantamila all'Olimpico, forse pure di più. Quando entrammo in campo lo spettacolo degli spalti ci garantì un'ulteriore carica. Perché vedi, i tifosi della Roma, compreso il sottoscritto, sono speciali. Stanno con la squadra, sempre. Come hanno dimostrato pure domenica scorsa dopo la sconfitta contro l'Inter».

E poi ci fu quell'urlo al raddoppio di Falcao, cross di Conti, stop di petto del cinque, destro in rete, la Sud.
«Indimenticabile. Sembrava che quell'urlo non dovesse finire mai. Fu un'emozione unica e la porto ancora nel cuore. Quando mi capita di rivedere quella partita, devo dire che mi emoziono ancora».

Pure al tuo gol, comunque, l'urlo non fu male.
«Mamma mia che gioia. Il nostro Capitano Agostino aveva tirato una legnata su punizione, Schumacher, il portiere del Colonia, aveva respinto, ma poi quel pallone finì dritto sulla mia testa e lo misi in porta. Non ci capii più niente. Corsi come un pazzo sotto la Sud e fu una festa che sento ancora sulla pelle. Mi fermo qui, se non mi scende pure oggi la lacrimuccia».

Quella era una grande Roma.
«Grandissima. E infatti qualche mese dopo vincemmo lo scudetto. Sono onorato di averne fatto parte. Liedholm in panchina, Falcao, Di Bartolomei, Conti, Pruzzo, Nela, Maldera, Vierchowod, Tancredi, Ancelotti, Prohaska, ammazza quanto eravamo forti».

Quella vittoria contro il Colonia vi diede la consapevolezza di poter vincere lo scudetto?
«In qualche misura sì. Il Colonia in quegli anni era uno squadrone, averlo eliminato ci fece capire che potevamo giocarcela con tutti. Quel successo, poi, aprì definitivamente alla Roma le porte dell'Europa che conta. In più quella partita ci garantì anche un'altra cosa».

Cosa?
«L'incredibile atmosfera che i tifosi avevano creato intorno a quella Roma. Ce la portammo sempre dietro, in tutte le gare, fino a Marassi, contro il Genoa, quando restituimmo ai tifosi un pezzo dell'amore che loro ci avevano sempre garantito».

Di quella Roma chi, potendo, regaleresti alla Roma di oggi?
«La risposta che mi viene naturale è tutti».

Limitiamoci a qualche nome.
«Nela sulle fasce potrebbe fare molto comodo. Così come la velocità di Wierchowod o il senso del gol di Pruzzo. Ho evitato di dire Falcao, Conti o Di Bartolomei perché sarebbe stato troppo facile».

Continui a seguirla la Roma?
«Io sono un tifoso giallorosso».

Che idea ti sei fatto di questa prima Roma mourinhana?
«Se devo essere sincero, qualcosa di più me lo aspettavo. Soprattutto dopo l'inizio di stagione in cui sembrava che le cose potessero solo migliorare. Invece ora qualche problema è venuto fuori. Ma in panchina c'è un signore che sa risolverli».

Mourinho è l'uomo giusto al posto giusto?
«Sì. Lo spessore dell'allenatore e dell'uomo non possono essere certo messi in discussione. Sa come si vince perché ha vinto tutto. So che a Roma non è facile, ma bisogna dare il tempo giusto».

Sarà però necessario che la società gli stia al fianco.
«Anche i proprietari sono nuovi per il mondo del calcio, ma se lo hanno scelto vuole dire che vogliono fare le cose in grande».

Cosa manca alla Roma attuale per poter essere competitiva ai massimi livelli?
«Direi tre giocatori di personalità, spessore, qualità. Uno per reparto: un difensore veloce, un centrocampista he sappia dettare tempi e geometrie, un attaccante con una certa confidenza con il gol».

Non ti piace Abraham?
«L'inglese mi piace, ha tecnica, sa far salire la squadra, è un lottatore. Però è giovane, ha bisogno ancora di capire il nostro calcio. Per questa ragione pensare di mettergli al fianco un altro goleador sarebbe l'ideale».

Zaniolo e Shomurodov non bastano?
«Quando si parla di Zaniolo ci si dimentica che è stato fermo due anni a causa di gravi infortuni. Per tornare lo Zaniolo che stupisce, ha bisogno di tempo. Quello che mi preoccupa di lui semmai è un carattere troppo esuberante. Shomurodov ha fatto un salto in alto che deve ancora metabolizzare. Sugli attaccanti della Roma, poi, c'è una cosa che non mi spiego».

Quale?
«Borja Mayoral. La passata stagione ha fatto bene, perché quest'anno non gioca mai? Eppure qualcosa di interessante ce lo aveva fatto vedere».

Per chiudere: come festeggerai l'anniversario di Roma-Colonia?
«Ricordando e lavorando. Sono proprietario di una Lega di beach soccer. Sono in partenza per il Sudamerica perché noi del beach seguiamo il sole».
Beati voi.