Come se ne esce ora? Il dubbio aleggia da sabato sera, quando la febbre dell'attesa ha ceduto il passo alla frustrazione. Non tanto (non solo) per il punteggio, quanto per l'andamento della gara. Disarmante (tranne che per la Sud, ma lì entriamo nella stratosfera). A conferma del solco che ancora separa la Roma da chi ambisce al titolo. Profondo. Lo aveva detto a chiare lettere Mourinho, già in estate, lo ha ribadito più volte nel primo terzo di stagione. In pochi gli hanno dato retta, in molti hanno indicato l'obiettivo Champions alla portata (come se l'ultima classifica non ci avesse lasciato a distanze siderali dai primi quattro posti). Salvo poi riesumare a ogni passo falso la solfa dell'allenatore «strapagato» che sta(rebbe) facendo peggio dei predecessori. Singolare versione double face. Qualcosa di simile accade con Capello alla sua prima annata romanista. Meditate gente...Ogni ko lascia il segno. Bisogna "soltanto" fare in modo che sia un più e non un meno. Restare impantanati nelle secche della depressione non serve. Anche perché quel tempo richiesto fin dal principio da Mou e avvalorato fra gli altri da Falcao e Totti - mica due di passaggio - non equivale certo a una resa. Tutt'altro. Qualche volta da «maledetto» può trasformarsi in benedetto, a patto di fare tesoro degli errori. Che se in campionato sono anche figli del livello della rosa, in coppa hanno l'obbligo di essere azzerati. Lo impongono ambizione, necessità di ripagare un tifo da stadio stellare e status di favorita per la Uefa (la Roma è testa di serie numero uno in Conference) e i bookmakers, che ai nastri di partenza hanno assegnato ai giallorossi la quota più bassa. La partita di Sofia concede poco ai fremiti, con una qualificazione già in tasca e un primo posto teoricamente ancora in ballo, ma senza essere padroni del proprio destino. Eppure non c'è più spazio per i peccati, avendone già commessi di tipo formale e sostanziale nelle due sfide col Bodø. La serata norvegese è stata funesta nelle dimensioni, ma il pareggio nel ritorno ha impedito di considerarla un mero (per quanto grave) incidente di percorso. Il cammino è stato compromesso dalla mancata vittoria all'Olimpico, che confina la possibilità di primato nel girone a chimera. Perdere la faccia una volta implica di mettercela tutte le altre. Nel remoto caso in cui il Bodø steccasse, sarebbe davvero delittuoso farsi cogliere impreparati: col Cska non c'è altro risultato che la vittoria. Per poi ambire a successi di ben altra portata, qualunque sia il primo avversario nei turni a eliminazione diretta. I sorteggi europei non sono mai stati granché benevoli, ma è capitato in più di un'occasione di sovvertire i pronostici. Quindi niente alibi, anche perché questa fase sulla carta avrebbe dovuto essere dominata e se si è arrivati a questo punto, è soltanto per nostra responsabilità. Su le maniche ora. Ci sono due coppe più che da onorare, da provare a vincere. Sì, anche quella nazionale troppo spesso foriera di cocenti delusioni ultimamente. Così se ne esce. Perfino a testa alta. Si può. Si deve. E allora altro che toppa.