Dopo aver passato la notte con quell'idea di un gruppo in fuga mentre tutt'intorno crollavano i palazzi sotto l'attacco marziano, la Roma si è risvegliata dopo la sconfitta di Bologna, si è tolta un po' di polvere dalla maglia gialla e ha guardato la classifica: è ancora quinta, davanti alla celebrata Fiorentina di Vlahovic, alla rediviva Juventus di Dybala, all'acclamatissimo Bologna di Mihajlovic e alla Lazio di Sarri, addirittura nona. Nessuno certo può dirsi felice dopo aver contato sei sconfitte su quindici gare di campionato, ma forse bisogna mettersi in testa che questo torneo è diventato assai complicato, che ogni squadra oggi ha le risorse per mettere in difficoltà chi non ha budget di mercato sconfinati e a volte pure chi ce li ha, e che tolte le prime quattro ormai in fuga (e nessuno pretendeva che ci si inserisse anche la Roma, anche se in molti lo speravamo), dietro la bagarre è aperta e forse si protrarrà fino a maggio. La Roma è lì, sempre più chiacchierata di quanto non capiti ad altri. Ed oggi si specchierà con la squadra campione d'Italia, incidentalmente anche il club che ha alimentato la carriera di Mourinho fino a garantirgli tratti di leggendarietà. Il portoghese prima di oggi (calcio d'inizio ore 18, ormai la Roma è abbonata a questo orario, dentro un Olimpico che ancora una volta ribollirà di passione) non ha mai affrontatol'Inter nella sua carriera.
Nella sua conferenza stampa d'inizio avventura romanista (quando aveva più voglia di parlare, ora un po' gli è passata, ieri ad esempio ha annullato il rituale incontro con i giornalisti del prepartita), rispondendo ad una domanda su Conte e l'Inter rispose in maniera tagliente: «Non paragonate nessuno a Mourinho o Herrera quando parlate di Inter, così come non dovete paragonare nessuno a Liedholm o Capello quando parlate di Roma». Oggi sicuramente Mou è più romanista di quanto non lo fosse il giorno della sua presentazione, ma certo è che l'evento non gli scivolerà sulla pellaccia dura che mostra in pubblico. Ma siamo sicuri che pagherebbe una parte del suo sostanzioso stipendio per battere oggi i nerazzurri, magari tirando fuori dal cilindro una mossa a sorpresa, di quelle che l'hanno reso grande. Dalla storica frase «Io non sono un pirla» regalata agli interisti al suo arrivo alla Pinetina all'abbraccio in lacrime con Materazzi dopo la vittoria in Champions League con il Bayern Monaco, Mourinho trascorse 718 giorni da allenatore sotto la gestione Moratti. Logico che quella di oggi sia un po' la "sua" partita.
La Roma ci arriva forse nel suo momento più difficile per via delle assenze che hanno reso assai complicato trovare persino il sistema di gioco più adatto per affrontare la partita. Lo scorso anno con Fonseca e Conte sulle due panchine all'Olimpico finì 2-2, con un pareggio finale di Mancini dopo un primo tempo di marca romanista (gol di Pellegrini) e un poderoso avvio di secondo tempo nerazzurro (rimonta e sorpasso con Skriniar e Hakimi). La Roma vincendo avrebbe raggiunto l'Inter al secondo posto, era il 10 gennaio di quest'anno. Da quel pareggio cominciò invece il declino romanista (di lì a poco arrivarono la brutta sconfitta del derby e il disastro con lo Spezia in Coppa Italia) mentre l'Inter pose le basi per la rimonta e lo scudetto di maggio. Oggi il pronostico appare chiuso (i bookmakers mettono la vittoria in trasferta a poco più di 2, la vittoria in casa a poco più di 3), ma mai sottovalutare Mourinho e il carattere che ha rinsaldato in questi ragazzi.
La tradizione non è particolarmente confortante. Sono più di cinque anni che la Roma non batte l'Inter all'Olimpico (2 ottobre 2016, reti di Dzeko, Banega e autogol di Icardi). E in quella stagione la Roma vinse anche al ritorno (26 febbraio 2017, con doppietta di Nainggolan, e reti di Icardi e Perotti su rigore). Ah: dalla parte opposta c'è Dzeko. Non uno qualsiasi.