Domanda: se doveste sintetizzare Roma-Entella in un'immagine, un episodio o quello che pare a voi, cosa ci rispondereste? La doppietta di Schick che, scherzando, a saperlo prima gli avremmo pagato noi il mental coach? Il gol di Marcano? L'emozione trasmessa dalla Curva Sud? Il ritorno di Karsdorp? La conferma di Pellegrini anche in un ruolo per lui nuovo ma in realtà antico? La crescita di Cristante? La qualificazione ai quarti di Coppa Italia? Tutte risposte che potrebbero starci.

Ma per noi che, soprattutto quando si tratta di Roma, rimaniamo degli inguaribili romantici, la risposta è un altra. Quale? Un cambio. Penserete che siamo fuori di testa, cosa che non è da escludere, ma ribadiamo: un cambio. Minuto ottantadue della partita. Si alza il tabelloncino luminoso, deve uscire il numero sette, Lorenzo Pellegrini. Si accende il numero cinquantatré. Entra Alessio Riccardi, classe duemilauno, romano della Magliana, ennesimo fiore all'occhiello di un settore giovanile che da decenni ci regala campioni, giocatori, emozioni, le nostre radici.

Ecco, è quello il momento che porteremo con noi di una partita che peraltro ormai era decisa. È il momento della nostra diversità e della nostra romanità. È quel filo che ci fa sentire una persona sola, è quell'Ago e filo che ai nostri occhi e nel nostro cuore ci fa sentire diversi, non vogliamo dire migliori, ma diversi da tutti gli altri.

Romani e romanisti

Di Bartolomei, Giannini, Totti, De Rossi, Florenzi e la storia continua. Esce Lorenzo Pellegrini di Cinecittà, entra Riccardi della Magliana, un cambio che ci garantisce il presente e il futuro di una Roma romana. In passato ci sono state Roma che hanno avuto sicuramente più ragazzi del vivaio nella rosa della prima squadra. Ma era un altro calcio, ma il calcio, come tutto il resto, si è globalizzato, questo desiderio e questa ambizione di rimanere comunque radicati nel proprio territorio, è una situazione che è rimasta tesoro di pochissimi. E tra questi c'è la nostra Roma che in pianta stabile ha quattro figli di Roma nella rosa della prima squadra (De Rossi, Florenzi, i due Pellegrini) ma che ormai possiamo dire sono diventati una manita con l'esordio nel calcio dei grandi di questo ragazzino che il ct della nostra Nazionale Roberto Mancini, non ha avuto nessun timore a paragonare a Gianni Rivera.

Non è il primo a descrivere Riccardi come un predestinato. Ne siamo convinti pure noi anche se questo conta poco. Ma siamo contenti che il paragone non sia stato fatto con Francesco Totti. Meglio così. Un Totti che è sempre lì a Trigoria, un figlio di Roma che rimarrà per sempre nella nostra storia, oggi dirigente e punto di riferimento degli altri figli di Roma.

Deromanizzazione

Vi ricordate quando, con una ripetitività ai limiti di una propaganda che non è importante se quello che dici è la verità, più di qualcuno ha provato a convincerci che nella Roma americana era in corso una deromanizzazione selvaggia? Ecco, questa società sicuramente una serie di errori li ha commessi e per quelli che hanno le sentenze facili il fatto che non abbia ancora vinto un trofeo è linfa vitale per la propaganda di cui sopra, ma di sicuro non ha fatto quello di dimenticare le radici, la storia, l'essere di Roma.

Qualche esempio? Il campo «Agostino Di Bartolomei» a Trigoria, il ritorno a quel Tre Fontane che per le generazioni un po' più grandicelle ricorda quando magari non si andava a scuola per correre a vedere la Roma che si allenava lì. Tra i dirigenti, non c'è solo Francesco Totti. C'è pure un signore che fa il direttore generale, Mauro Baldissoni, uno a cui hanno dato del laziale e pure del massone, un avvocato che da quando era poco più che ragazzo, in tasca aveva l'abbonamento della Curva Sud, poi crescendo trasformato in quello di Tevere.

E a Trigoria lavorano Bruno Conti, Stefano Desideri, Ubaldo Righetti, Alessio Scarchilli, Stefano Impallomeni, Odoacre Chierico, Sebino Nela, Ruggiero Rizzitelli, Roberto Scarnecchia. E questa sarebbe deromanizzazione? La risposta chiedetela ad Alessio Riccardi.