Immaginate vent'anni di partite, mettetele una in fila all'altra, ogni maledetta domenica, ogni maledetta settimana, per vent'anni, in ogni stagione, ad ogni latitudine, 10000 facce diverse al fianco, 10000 facce diverse tra gli avversari. Immaginate tutto questo tempo finché poi non arriva un giorno con un vento tagliente che illividisce la faccia e tu assisti, dalla panchina della tua squadra, all'evento che non ti aspetti, mai capitato prima: prendi sei goal, uno in fila all'altro, e fanno molto più male del previsto, altro che questo vento gelido. La sconfitta, all'andata, José Mourinho l'aveva persino presa in considerazione. Sapeva di correre qualche rischio mettendo nove giocatori nuovi su 11 per affrontare i campioni norvegesi del Bodø, evidentemente sottostimati prima di quella partita. Ma non immaginava quel disastro: «Ho avuto paura del campo, del freddo, degli infortuni, non ho avuto paura della partita: mi sbagliavo». Così l'allenatore portoghese ha introdotto ieri la sfida di questa sera (stadio Olimpico, ore 21, non ci sarà tanto freddo come all'andata, ma molta acqua in più). Era la sua partita numero 1008 dalla panchina, mai aveva preso sei gol, ci sono voluti Solbakken e Botheim per subire questa umiliazione. Da allora, appena due settimane fa, qualcosa si è è rotto nel gioiellino che in poche settimane era stato edificato dalle parti di Trigoria se è vero, come è vero, che da quella sera ha giocato sempre e solo una formazione, la stessa che l'allenatore portoghese metterà in campo questa sera. Lo aveva promesso anche all'andata, con quel sorriso sardonico e vendicativo: aspetto Solbakken con Viña e Mancini. Quel giorno è arrivato, quella sera sarà stasera.
Di fronte a (più di) 40.000 spettatori - dato incredibile in rapporto al tipo di competizione, all'orario, al tempo previsto e anche al momento della Roma - la squadra giallorossa dovrà a scrollarsi di dosso le ceneri di quella disfatta. Vincere significherebbe opzionare la qualificazione al turno successivo di Conference League oltre che confinare la partita in Norvegia ad un episodio, per quanto indimenticabile e doloroso. Non vincere rappresenterebbe uno smacco insopportabile, e complicherebbe la candidatura per il primo posto nel girone, l'unico che garantisce il passaggio del turno (le seconde dovranno scontrarsi in un successivo play-off).

È cambiato anche Mourinho, dopo quella sconfitta. Un po' lo hanno fatto cambiare gli eventi del campionato, questi Orsato e questi Maresca che girano per i campi a complicare tutto. Un po' ha cominciato a prendersela con l'ambiente, non è il primo e non sarà l'ultimo. Qualcosa da stasera deve cambiare. Rischio di sottovalutazione stavolta non ce n'è: i norvegesi hanno già fatto vedere di saper giocare un calcio brillante e offensivo, sicuramente lasciano qualcosa alle spalle della linea difensiva sempre alta, ma la globalizzazione dello spettacolo calcistico ha contaminato ormai tutti, e anche in un villaggio di pescatori abitato grosso modo dal numero di persone che stasera staranno dentro l'Olimpico, può muoversi una squadra in grado di divertire il pubblico e infastidire una cosiddetta grande. Stavolta Mourinho lo sa. Forse avrà studiato pressioni diverse, meno allegre, più rispettose della proprietà tecnica di avversari che stasera i giallorossi si ritroveranno di fronte. Certo sembreranno meno imprendibili di quanto non siano apparsi a Reynolds, Kumbulla e Calafiori 15 giorni fa. Piuttosto seccato, Mourinho ha evitato di rispondere alle domande sulla Serie A e sulle ultime partite della Roma. Solo da stasera penserà al Venezia e poi alle ultime nove sfide in 31 giorni che traghetteranno la Roma fino a Natale. Sotto l'albero sapremo quale nuovo anno aspetterà i giallorossi, in Italia e in Europa. Un punto fermo si potrebbe già mettere stasera. Un'occasione da non mancare.