La Roma è viva. Evviva la Roma. Confessiamo. Ci eravamo avvicinati all'esame Napoli con il timore, dopo la Caporetto norvegese, di andare incontro a una nuova, brutta figura, con tutte le conseguenze del caso che non sono poi così difficili da immaginare per chi ha una certa pratica a queste latitudini. Temevamo una brutta figura anche perché, giovedì scorso, leccandoci le ferite per le sei pappine incassate al circolo polare, ci era capitato di vedere pure la partita di Europa League della squadra di Spalletti contro il Legia Varsavia. Osimhen e compagni ci avevano fatto una bruttissima impressione. Nel senso che il Napoli ci era sembrato una squadra che in questo momento è tra le migliori in circolazione. In Italia, anzi, è la migliore. Insomma, sommando le cose, era più che legittimo preoccuparsi. E allora nel classico tentativo che prova a mettere in piedi qualsiasi tifoso per tentare di vedere il bicchiere mezzo pieno, ci eravamo attaccati a più di un elemento che ci faceva sperare di poter vedere una Roma viva, vera, pronta a dare tutto in campo. Ci sarebbe bastato, al di là del risultato.

La nostra speranza si basava, intanto, sul fatto che all'Olimpico contro la capolista avrebbe giocato la Roma titolare che, non si offenda nessuno, è un po' più credibile di quella delle riserve che a Bodo ha dimostrato che sotto il vestito niente. Poi sul piatto, avevamo messo sulla bilancia il fatto della voglia di reazione di un gruppo uscito a pezzi dalla gara di Conference League, messo in dubbio dal primo all'ultimo, cominciando dall'allenatore. E poi, dulcis in fondo, puntavamo sul fattore Olimpico, cinquantamila tifosi, biglietti tutti venduti, il confermato entusiasmo di una tifoseria che sa trascinare come nessun'altra.
Ecco, tutto questo ieri sera all'Olimpico si è verificato. In una sfida giocata a livelli d'intensità non frequenti nel nostro calcio. Con il risultato di un pareggio (il primo della stagione mourinhana) che, dal nostro punto di vista, vale qualcosa di più. Per come è maturato (il Napoli ha avuto più possesso e preso un palo, la Roma più occasioni, almeno due clamorose con Abraham e Mancini) e, soprattutto, perché consente a tutto l'ambiente giallorosso di tornare a guardare con un pizzico di ottimismo verso il futuro. Pur sapendo che la rosa è corta (Mourinho ha già annunciato che a Cagliari giocheranno gli stessi undici titolari di ieri sera) e con questa si dovrà arrivare a gennaio che poi non è così lontano, ma che invece ai nostri occhi ci sembra distante anni luce.

La Roma titolare è tutta un'altra cosa. Nelle qualità tecniche e nello spirito. Prendete Abraham, per esempio. L'inglese da quando è tornato dalla nazionale è alle prese con un problema alla caviglia. Problema che si è ripresentato pure ieri sera. Ma Tammy nostro ha stretto i denti, ha combattuto, sofferto fino a quando ce l'ha fatta, indicando la strada ai compagni. Che lo hanno seguito, trascinati pure da un pubblico da applausi a scena aperta e che per l'ennesima volta ha voluto dimostrare cosa voglia dire amare la Roma. La squadra li ha seguiti. Mettendo la gamba quando c'era da mettere la gamba. Non abbassando mai lo sguardo. Provando fino all'ultimo secondo a trovare quel gol che avrebbe reso ancora più sorridente la serata. Dimostrando di rispettare quella maglia, quei colori, quei tifosi. Seguendo le direttive di un Mourinho tornato a fare lo Special One, con tanto di doppio cartellino giallo e quindi rosso. Ma crediamo che al tecnico portoghese interessi poco quell'espulsione. Quello che gli interessava era ritrovare la sua Roma, nello spirito e, un po', anche nel gioco. Con un'idea di partita che è stata chiara sin dai primi minuti di gara. Vieni avanti Napoli, io provo a rubarti palla, quando ci riesco verticalizzo in un attimo e punto la porta. Così è nata la clamorosa occasione da gol nel primo tempo di Abraham (che ha subito pure un fallo e che, oltretutto, in quel momento era a un passo dalla sostituzione perché la caviglia era tornata a farsi sentire, invece ha stretto i denti, è rimasto in campo non mollando mai, dimostrando quello che qualsiasi allenatore vuole vedere da parte di un suo giocatore).

Ecco, dopo i novanta (più recupero) minuti contro il Napoli, si può dire che questa è la Roma. Con i suoi limiti (soprattutto la rosa corta, anche ieri sera Mourinho ha effettuato soltanto due cambi), ma anche le sue qualità. Quelle di una squadra che ha sì bisogno di tempo, ma che quando scende in campo può mettere sul piatto qualità che le possono consentire di giocarsela contro tutte. Come era successo nel derby e sappiamo quello che è successo. Come era successo a Torino contro la Juventus e sappiamo dei fischi di Orsato. Come è successo ieri sera. E ora si continui a così. Poi a gennaio...