Quando dopo due minuti di recupero l'arbitro turco fischia la fine dell'incontro e parte il giro trionfale dei giocatori norvegesi davanti allo stadio in estasi, Abraham è il primo dei giocatori giallorossi che punta dritto verso il settore dei tifosi della Roma (circa trecento, un altro centinaio aveva trovato posto invece nella tribuna principale). Lo rincorre addirittura Botheim, desideroso di portarsi a casa la sua maglia. Tammy si gira verso di lui, lo rassicura, si abbracciano, poi continua la sua camminata solitaria verso il settore dei tifosi infuriati e ormai quasi congelati. Poi c'è un momento d'incertezza, mezza squadra sembra tornare verso gli spogliatoi, ma Pellegrini dopo aver salutato arbitro e avversari va dritto verso lo spicchio romanista, dal quale Abraham si stava ormai congedando. E seguendo il capitano anche gli altri si convincono ad andare, e pure Tammy torna sui suoi passi e con Lorenzo al fianco torna ad affrontare la rabbia dei tifosi.
Lorenzo si toglie la maglia, come per volerla regalare, ma un secondo dopo se la rimette. Dagli spalti arriva un segnale chiaro, la maglia non la vuole nessuno, non questa maglia, la maglia blu nuova di zecca di questa sera, di questa vergogna. Serve altro, evidentemente, servono le scuse innanzitutto, e quelle arrivano chiare e precise. Dal capitano, ovviamente (anche se la fascia l'ha indossata El Shaarawy finché è stato in campo e poi l'ha ereditata Cristante perché era più vicino all'attaccante al momento della sostituzione), da Tammy e dagli altri che comunque sono rimasti defilati.

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Chiaro che i giocatori siano mortificati e stavolta la questione non è quella che ogni tanto tirano fuori i moralisti dal giudizio facile riguardo la cosiddetta "gogna mediatica" a cui i giocatori non dovrebbero sottoporsi. Stavolta il sentimento è spontaneo: in quel settore ci sono diverse decine di persone di ogni ceto sociale che hanno deciso di seguire la squadra nella trasferta peggiore dal punto di vista ambientale, più lontana geograficamente, in uno stadio decisamente poco ospitale e per vedere una partita che non aveva grandi significati tecnici, ma che poi ne ha assunto uno enorme. Perché questo 6-1 resterà una macchia nel curriculum di questa squadra. Logico andare lì sotto a dire due parole, a far sfogare la rabbia, a chiedere scusa. La squadra lo fa, o almeno una sua autorevole maggioranza. È già qualcosa. Poi tornano tutti a testa bassa negli spogliatoi. I tifosi, congelati, prendono la strada degli alberghi e dei ristoranti. La rabbia da (provare a) sfogare in una birra.