Non fidatevi di chi vi dice che stavolta la Roma gode dei favori del pronostico. Nessun analista soffermandosi sull'aspetto tattico, tecnico, agonistico, psicologico può dire al riguardo cose più sensate del numerino espresso dai bookmakers. Guardi quello e si spegne come d'incanto ogni illazione opinionistica. La vittoria della Juventus pagherà 1,90 volte la quota giocata, quella della Roma più di due volte tanto. Se c'è dunque una grande favorita per la sfida di questa sera (Allianz Stadium, ore 20.45, farà freddino, ma non freddissimo) è la ritrovata Signora di Allegri, e - visto il periodo - sia detto senza ironia. In classifica i bianconeri stanno dietro perché la Roma ha avuto un andamento piuttosto regolare (con gli scivoloni di Verona e con la Lazio derubricati a incidenti di percorso) mentre la Juve ha cominciato malissimo ma da un po' ha riacquistato quella regolarità che le ha permesso di conquistare nove degli ultimi dieci campionati, tre volte il numero degli scudetti vinti dalla Roma in quasi cent'anni di storia. Conta il blasone, conta la reale forza delle squadre, conterà, magari, anche il fattore campo, soprattutto adesso che gli impianti tornano a riempirsi per il 75% della capienza: del resto in questo stadio la Roma ha perso 11 delle 12 sfide giocate, uscendo con i tre punti solo l'unica volta in cui non contava davvero, ultima giornata del campionato di due anni fa, quello spezzato dal Covid, vinto proprio dei bianconeri con congruo anticipo. E quella sera il pubblico non c'era. Logico che l'approccio a quella sfida non fu il solito approccio juventino per questo tipo di partite. Ne sa qualcosa la Roma, spesso messa sotto allo stadium sin dai primi minuti, a volte incapace di produrre azioni offensive degne di tal nome, altre pronta a reagire solo dopo aver subito una rete o due degli avversari.

Ci sono poi, è vero, tutta una serie di considerazioni più o meno logiche che possono far pensare che la Roma possa giocarsi le sue chances. Intanto perché stavolta sulla panchina giallorossa c'è uno stratega che potrebbe tenere corsi a Coverciano e in ogni altra università del mondo su come si possano vincere le sfide impossibili, figuriamoci quelle comunque possibili come questa. Ieri in conferenza lo avrete visto: sicuro, concentrato, sincero, e per niente polemico, in linea con la nuova strategia comunicativa inaugurata dal suo arrivo a Trigoria. C'è poi una valutazione indubbiamente tecnica: la versione della Juve di quest'anno non è certo tra le più brillanti nell'ultimo decennio. Ma ha ragione Josè quando dice che Allegri conosce benissimo la formazione con cui scenderà in campo la Roma mentre è assai più difficile indovinare sistema di gioco e uomini che invece sceglierà il tecnico toscano. E chissà se il piano-partita dei due allenatori risulterà determinante nello sviluppo del risultato o se saranno le invenzioni dei singoli giocatori a deciderne gli esiti. A naso nessuno dei due sembra disposto a scoprirsi per lasciare lo spazio alle transizioni avversarie. Il paradosso è che mentre Allegri sembra aver conservato le caratteristiche cosiddette "risultatiste" che hanno caratterizzato gli anni dei suoi trionfi in bianconero, Mourinho da qualche anno in qua sembra aver perso ogni cautela e preferisce assecondare l'istinto offensivo delle squadre che allena, anche a costo di lasciare qualcosa agli avversari. È quello che diceva ieri in conferenza a proposito del fatto di non voler completamente snaturare la vocazione (offensiva) della sua squadra, ma neanche di consegnarsi a ciò che più piace fare alla Juve di Allegri, contrattaccare dentro metà campo sgombre di difensori. In palio non ci sono solo i tre punti: chi vince affermerà in maniera non più equivocabile la propria candidatura per il salotto buono della Serie A, quello su cui accomodarsi per restare a ridosso delle prime tre della classifica.