Fatti l'uno per l'altro. José Mourinho e Tammy Abraham hanno incrociato le rispettive carriere soltanto dallo scorso agosto, ma da lì in poi è stato subito feeling. In sette giornate di campionato altrettante maglie da titolare per l'inglese e continui encomi pubblici da Mou. «Ho imparato più da lui che nel resto della mia vita», confessa il 9 a The Guardian. Si erano sfiorati nella seconda esperienza dello Special One al Chelsea, quando però l'attaccante era ancora nel settore giovanile dei Blues. JM ha iniziato lì a carpire le qualità del ragazzo, seguendo i suoi costanti progressi con discrezione: i primi passi a Londra Ovest prima di farsi le ossa fra Bristol e Swansea, il fugace rientro alla base, l'altra partenza verso Birmingham - sponda Aston Villa - l'esplosione ad alti livelli a suon di gol, il ritorno a Stamford Bridge.

Una crescita esponenziale fino all'arrivo di Tuchel, che ha cominciato a metterne in discussione il talento, relegandolo in panchina nonostante i record in serie. «È stata dura - rivela Abraham - Allora non lo capivo davvero. Segnavo, venivo da una tripletta (in Fa Cup dopo quella in Premier che lo ha reso il più giovane a realizzarla nella storia del Chelsea, ndr) e, ovviamente, quando arriva un nuovo allenatore le cose cambiano. Fasi simili devono capitarti per farti capire cosa sia davvero il calcio. Non puoi essere sempre in alto: a volte hai bisogno di toccare il fondo, ma quei momenti mi hanno sollevato e spinto a essere ancora più affamato». Vincere una Champions a 23 anni può anche toglierla la fame. Non a Tammy, che non si è accontentato di un ruolo da comprimario, sia pure in un club sul tetto d'Europa.

E alla chiamata della Roma non ha saputo dire no, anche per quel Mito seduto in panchina, che lo ha contattato di persona: «Vuoi venire a goderti il sole di Roma o restare sotto la pioggia di Londra?», la domanda di Mou. E la tentazione ha fatto breccia anche nel suo animo di londinese di Camberwell. In Italia ha impiegato meno di un attimo a conquistare i nuovi tifosi. E appena un mese a tornare in nazionale, dove mancava da quasi un anno. Una festa di compleanno con qualche assembramento di troppo in tempi di pandemia. Adesso però Abraham è un altro, anche nei comportamenti extra-campo: primo giocatore dei Tre Leoni a dichiararsi pubblicamente vaccinato. Un altro gradino verso quella vetta che non smette di puntare: «Ho imparato a conoscere me stesso e penso che questo abbia rafforzato la mia mentalità. Voglio essere tra i primi attaccanti al mondo e non mi fermerò finché non sarò lì». Idee chiare, ambizioni alte, una piazza importante dove realizzarle e un alleato d'eccezione di nome José. Mica poco.