Si è preso il posto da titolare, prima per necessità, poi perché ha iniziato a convincere un po' tutti. Pure gli scettici. Quelli che, per intenderci, ancora oggi dicono che Cristante la Roma l'ha pagato tanto, dimenticando, forse, che dopo l'affare Neymar il calciomercato ha subito una scossa tale che si è prodotto un deciso aumento percentuale dei prezzi di tutti. Pure di uno dei migliori interpreti, tra l'altro, nell'ultimo campionato di Serie A, di quel ruolo in mezzo al campo che abbina il fosforo alla fantasia: il centrocampista moderno.

Un inizio stentato, per il friulano che ha tirato i primi calci nella stessa squadra di Pier Paolo Pasolini a Casarsa della Delizia, numero 4 romanista. Eredità pesante o meno, tra scaricatori e vedovi di Radja Nainggolan. Complice, si dice, anche la rimozione del "tappo" Strootman e l'immensità della dimensione Roma che strideva abbastanza con le misure di Zingonia, poi dall'infortunio di De Rossi (e di Pellegrini) in avanti otto partite consecutive da titolare tra campionato e Champions, «in crescita», per citare il capitano, che lo ha definito «molto forte». Chi lo conosce bene assicura una cosa: a Cristante non frega nulla di nulla, ha mentalità, non si abbatte mai. Questa la sua forza, già dimostrata quando disse che quella maglia non aveva nessun peso, perché lui non era venuto alla Roma a fare la guerra a chi non c'era più. Andare avanti e basta. Con la sua spiccata cultura del lavoro, che gli ha trasmesso la famiglia e che ne ha fatto un leader sempre, da quando aveva dieci anni. Ora sta sbocciando anche a Roma, perché di esperienza non ne ha mica poca: prima di incrociare sul suo cammino gente come De Rossi, Kolarov e Dzeko ha giocato con Ibrahimovic, ha lavorato in Portogallo, al Benfica.

Cristante contro Nainggolan in Atalanta-Roma @LaPresse

In coppia con Nzonzi, l'onnipresente, ha dovuto trovare prima le misure e poi l'affiatamento. Con le prestazioni è arrivato anche il gol. Anzi, i gol. Perché dopo la rete alla sua maniera, con inserimento perfetto e perfetto assist di Dzeko contro il Chievo, nel secondo dei "delittuosi" pareggi con le piccole squadre quando ancora stavamo con le maniche corte, è tornato al gol in due partite consecutive in campionato: quella di Cagliari, che ha preceduto il momento più basso della stagione romanista (dove tra l'altro il rendimento era stato ampiamente sufficiente) e quella con il Genoa, che è valsa tre punti fondamentali per la Roma, in relazione agli stop delle concorrenti per il quarto posto, e per Eusebio Di Francesco per "salvare" la panchina. Due gol simili, per altro, con due sassate da fuori area, dalla stessa zolla di campo, uno di sinistro, in Sardegna, e uno di destro, all'Olimpico. Entrambi su assist di Patrik Kluivert, il primo con una sorta di velo che l'ha liberato al tiro e il secondo di sponda di testa. Due gol con un'esultanza d'altri tempi, senza fronzoli, ma con la rabbia giusta, braccia larghe con i rossoblù isolani, braccia in alto e pugno al vento contro i rossoblù dell'ex allenatore romanista Prandelli.

L'abbraccio con Justin Kluivert @LaPresse

Giocando e segnando è tornato anche il sereno e oggi può sorridere. È paradossale - e di questo è il primo a rammaricarsi - ma il suo trend è inversamente proporzionale a quello della squadra. È stato un diesel che ha continuato a viaggiare, imperturbabile. Perché del ragazzo Bryan si vede e si sente poco, con quella faccia seriosa che ricorda il primo Pirlo, ma è uno che nello spogliatoio ha legato con tutti. Dopo Roma-Genoa è stato a cena con i compagni, tra cui Pellegrini e El Shaarawy, in un noto ristorante vicino allo stadio, spesso ritrovo di calciatori giallorossi dopo le partite.

Poco relax, però, perché è l'ora della Juve. Che l'aveva adocchiato a un certo punto per far di lui il nuovo Marchisio, senza che poi se ne facesse nulla. La Juve che Cristante ha incrociato sul campo già sei volte in carriera, quattro in campionato e due in Coppa Italia. Con la ciliegina del 1° ottobre 2017, quando proprio lui ha fissato sul 2-2 in rimonta il risultato a Bergamo tra la Dea e la squadra di Allegri. Uno dei suoi colpi di testa, una fucilata, su cross del Papu Gomez dalla sinistra. Una delle sue incursioni, quelle che gli riuscivano tanto bene a Bergamo e che a Roma ha dovuto un po' dosare. Perché Di Francesco gli chiede di giocare mediano piuttosto che trequartista come faceva con Gasperini e Bryan fa un lavoro che a volte rimane oscuro, uomo d'ordine in mediana, ma prezioso per un allenatore. Specie se, come Di Francesco, è rimasto appeso alla panchina anche e soprattutto grazie a un suo gol.