Se alla fine anche Olsen è crollato allora forse Rizzitelli e chi la pensa come lui dovranno mettersi l'anima in pace e farsene una ragione: il problema maggiore della Roma di quest'anno è quello mentale. Perché Robin finora aveva resistito più di tutti e come un vero uomo venuto dal freddo era sopravvissuto ai vaticini dei più pessimisti sostenendo senza alcuna conseguenza (almeno apparente) il peso della responsabilità dell'eredità tecnica di Alisson. E invece proprio nel giorno più importante è crollato anche lui e si è fatto sfuggire due palloni che hanno determinato altrettanti gol (uno poi tolto dal Var), chiaro segno di una difficoltà psicologica a sopportare un'altra complicata prova. Benvenuto nel gruppo. Ma che relazione c'è tra gli impacci psicologici e le difficoltà tattiche in cui si dibatte la Roma?

Se la mente incide sulla tattica

Sin dalle prime battute, la partita tra Roma e Genoa è apparsa una sfida tra due squadre prive di equilibrio e questo forse potrebbe essere l'elemento che ha consentito alla squadra di Di Francesco alla fine di portare a casa i tre punti. Perché in fondo l'anima offensiva del 352 presentato da Prandelli (con due punte, due esterni pronti a spingere e due mezze ali bravissime negli inserimenti, soprattutto Hiljiemark, un giocatore che continua a migliorare col tempo) ha portato anche il Genoa a disunirsi. Prandelli fa parte di quel gruppo di tecnici che ritiene che il risultato vada cercato attraverso il gioco e la prestazione e non solo cercando di inibire le fonti del gioco avversario per poi colpirlo in contropiede alla prima occasione. E forse stavolta lo sconfitto è lui mentre Inzaghi (con il Bologna), Semplici (con la Spal), Nicola (con l'Udinese) e, ultimo, Vrba (con il Plzen), sono apparsi più furbi ottenendo i tre punti in virtù dell'altra strategia, ma a gioco lungo si vedrà chi avrà fatto l'investimento migliore. Resta il fatto che anche contro il Genoa la Roma ha mostrato una fragilità difensiva che nasce evidentemente prima di tutto dalla sua fragilità psicologica che è il nemico che porta a giocare sui nervi, sbagliando i tempi delle giocate, delle uscite, delle pressioni, dei passaggi. Fino a far perdere la natura offensiva della squadra, tanto da diventare un'accozzaglia di giocatori che puntano all'attacco ma non sanno difendere. Nella pagina qui a fianco, mostriamo in quattro fotogrammi quanto la squadra possa andare in sofferenza mentre sta attaccando con un gran numero di uomini proprio perché abbassa la soglia dell'attenzione senza motivi specifici (a cinque dalla fine si poteva anche gestire il palleggio senza esporsi troppo). Si può dunque sostenere che la mente incida sulla tattica nella misura in cui il cervello viene distolto nell'applicazione di certi concetti basici (in quel caso: le marcature preventive) e questo impedisce poi ai meccanismi di funzionare perfettamente.

I buchi a inizio partita

Alcuni bravi allenatori ripetono ai loro calciatori che in campo bisogna giocare e non tifare. Che significa? Che il tifoso può sperare che un'azione vada a finire in un certo modo, ma un giocatore ha il dovere di incidere per quanto possibile sull'azione. A volte invece i giocatori romanisti pare che si fermino in campo a guardare, appunto, tifando per i compagni impegnati in una giocata. È per esempio quello che è accaduto nei primi minuti della partita quando alle difficoltà tattiche di un confronto penalizzante per la Roma tra due sistemi di gioco diversi (352 di Prandelli, 343 inedito per Di Francesco, con la particolarità che accettando l'uno contro uno nella propria zona difensiva, il tecnico genoano ha imposto la superiorità in mezzo al campo, e questo ha pagato per tutto il primo tempo), la squadra giallorossa ci ha aggiunto l'atteggiamento dimesso, tipico di chi ha "paura" che accada qualche cosa di negativo di fatto favorendo i motivi che poi lo fanno accadere, che ha portato a costruire il gioco con troppa lentezza favorendo le transizioni avversarie ad ogni errore di trasmissione del pallone. Al minuto 4'30", per esempio, una rifinitura sbagliata di Florenzi in attacco sulla corsia destra ha favorito l'immediata ripartenza genoana sulla stessa fascia, con i romanisti lenti a rientrare e gli avverarsi invece prontissimi a catapultarsi nella metà campo avversaria. Così quando Kouamè si è trovato a gestire un 2 vs 2 affrontando Manolas, ha allungato verso Piatek che ha avuto a che fare con Jesus mentre in mezzo si stava liberando ancora Hiljemark con una corsa di 60 metri seguita a malapena solo da Kolarov: se il passaggio del polacco fosse stato ben indirizzato, il Genoa sarebbe probabilmente andato in vantaggio senza l'aiuto di Olsen.

3 in mezzo: quale sviluppo?

Per non essere troppo critici, ricordiamo poi che la Roma proprio reagendo psicologicamente ad errori e avversità, la sua partita è riuscita a vincerla, riconquistando quel sesto posto che in caso di mancata vittoria sarebbe rimasto una chimera. Ora però c'è da preparare la partita in casa della Juventus, la dominatrice del campionato (peraltro degli ultimi sette anni). Come l'affronterà Di Francesco? Al momento può saperlo solo lui che da oggi comincerà il lavoro sul campo per capire quale potrà essere l'assetto migliore. Qui non possiamo solo dimenticare di rilevare come l'assetto con tre centrocampisti al momento sia quello che dà i maggiori equilibri. Dunque più che 343 o 4231, al momento sembra ipotizzabile che la Roma a Torino giochi col 433 (il vecchio sistema, mai dimenticato) o col 352. E se tornassero insieme De Rossi e Dzeko allora la prima ipotesi potrebbe essere la più percorribile.