Seicento motivi per rifarlo, uno per ogni romanista presente alla Doosan Arena. Perché l'amore non è cieco, anzi ci vede benissimo e anche in Repubblica Ceca – quanto dalla televisione – è stato semplice per tutti sentire vedere quella splendida minoranza alle prese con un canto incessante lungo novanta e più minuti, novanta minuti trascorsi al freddo di Plzen. Perché non esistono partite da snobbare né avversari da sottovalutare, mai quando in campo c'è la Roma. Che siano amichevoli o semifinali di Champions League, la morale è sempre una: quando entra in campo la Roma, loro son pronti a schierarsi al suo fianco, Sempre al suo fianco. Un amore che non conosce soste, ma soltanto un nuovo bagaglio da disfare e una testa da gettare oltre la delusione. Sono arrivati in seicento e sarebbero potuti essere molti di più, se non fosse stato per la ridotta capienza dell'impianto.

Con i colori più belli nelle tasche: chi viaggiando verso Praga per poi dirigersi nella vicina Plzen chi, invece, a bordo di auto noleggiate anche negli stati limitrofi. Troppa la voglia di esserci. Non per apparire, ma per ribadire quanto il loro sostegno aumenti nelle difficoltà, nonostante le estremità dei corpi colpite da un freddo incapace però di negare la possibilità di battere le mani – anche quando molti avrebbero preferito tenerle al caldo. Tanta la voglia di cantare e addirittura privarsi delle magliette nonostante un termometro che faceva registrare un poco gradevole meno cinque gradi. Tanta la voglia di salutare chi è tornato a Roma: «Bentornato a casa», il messaggio esposto nel settore per salutare il ritorno in Italia di Daniele S., uno dei due romanisti arrestati a Liverpool, che ha scontato un quarto di pena (era stato condannato a trenta mesi di carcere) ed è stato espulso dal Regno Unito come misura alternativa

Un altro striscione dal contenuto profondamente diverso è apparso qualche metro più in là, con un invito a tornare a casa nei confronti di chi, a casa, c'era davvero: il presidente Pallotta. Al netto delle opinioni più o meno condivisibili, come dice un antico detto: l'unione fa la forza. O almeno dovrebbero darla ad una Roma che non sembra essere più lei da tempo, ma non per i meri risultati quanto per l'incredulità negli atteggiamenti. Una contestazione pacifica che, ogni tanto, potrebbe portare qualcuno a porsi qualche domanda senza liquidare il tutto come l'ennesimo déjà vu. I romanisti, quando si tolgono la maglietta, non lo fanno come segno di lamentela. Lo fanno per far capire a chi è intorno quanto sotto quella corazza di pelle e ossa, scorra un sangue bollente diretto verso un cuore talmente acceso da non lasciar scampo neanche alla fredda notte di Plzen. Una notte culminata in un triplice fischio amaro, con diversi elementi della rosa recatisi sotto i presenti come per scusarsi.

Per metterci la faccia in un incrocio di sguardi che, ci si augura, possa trasmettere ai giocatori la voglia di invertire rotta dei romanisti. Lo hanno dimostrato alla Doosan Arena, dando vita ad una delle migliori prestazioni di tifo della stagione. Paradossale, penserà qualcuno, eppure son proprio queste le sfide che tracciano un solco tra cosa andrebbe fatto e cosa sarebbe meglio non vedere. L'hanno ribadito a gran voce alzando le mani al cielo come fossero bandiere e scandendo il ritmo a mo' di tamburi: «Roma vinci per noi, per gli ultrà». Perché non ci sono partite più o meno importanti, almeno per loro. Ma soltanto una Roma che, ovunque sarà, saprà di aver loro alle sue spalle. A partire da domenica, passando per il vento gelido del Nord torinese e ancora l'Olimpico e fino a Parma. Il 2018 volge ormai al termine, tra dolci ricordi e amare delusioni. L'amore dei romanisti no, quello non conosce fine.