Doveva essere un giocatore di basket. D'altra parte il rumore del pallone di pallacanestro è familiare, a Rimini. Da lì, ad esempio, è venuto uno come Carlton Myers. Un giorno però, all'oratorio il pallone si sgonfia. Allora Sergio Santarini, che pure a 13 anni è già un buon playmaker, per non annoiarsi si sposta su un altro campo. Ci sono due porte e delle linee di gesso per terra. C'è il calcio. Dice ciao basket, così come un giorno del 1968 dirà ciao Inter, per spostarsi alla Roma. «Non immaginavo che sarebbe stato amore a prima vista». A Roma lo chiama Helenio Herrera, che lo apprezzava molto all'Inter, dove lo aveva messo a sostituire Armando Picchi. In nerazzurro lo aveva portato Italo Allodi, vedendolo marcare Pelè in un'amichevole del Venezia contro il Santos. E non era uno che aveva "solo", tra virgolette eh, marcato il più forte di tutti. Ma lo aveva fatto senza perdere la sua naturale eleganza che marcava subito la sua diversità. Un difensore in guanti bianchi, un libero col piumino da cipria, forte e raffinato. «Io credo di essere stato il primo difensore a impostare il gioco, a fare gioco e distendermi in avanti. E di averlo fatto bene». Nato playmaker nel basket, lo è stato anche nel calcio, seppur da difensore.

Un privilegio averlo in squadra. «Era il mio pilota. Mi sentivo tranquillo sapendo di avere lui alle mie spalle. Sapevo che ogni mio errore sarebbe stato coperto da lui». Parola di Franco Peccenini. «Siamo cresciuti insieme, abbiamo anche vissuto insieme. Avevamo la fiducia del tecnico. Ognuno di noi due conosceva i movimenti dell'altro, era semplicissimo giocare con lui». Parola di Aldo Bet, che venne con lui dall'Inter e poi divenne anche suo cognato, perché i due sposarono due sorelle. Sul campo, Sergio Santarini ha sposato la Roma. 431 presenze in 13 stagioni, una dedizione assoluta alla causa, una serietà che era un esempio per tutti. «Ho sempre dato del lei a tutti. Al droghiere sotto casa, al tifoso, al cronista che viene al campo. Non partecipo volentieri a premiazioni e pranzi, non sono un ottimo public-relation di me stesso», ha ammesso.

Ma non ne ha avuto bisogno. Nessuno, in 13 anni e anche dopo, ha mai potuto dire nulla su Sergio Santarini. Neanche Giacomo Losi, al quale aveva tolto la fascia di capitano. «La cosa che mi ha fatto sempre piacere – ha raccontato lui - è che Losi non mi ha mai rimproverato di avergli portato via il posto. Anzi, è sempre stato felice di aver lasciato la fascia a uno che poi ha fatto più o meno gli stessi anni e le stesse partite con la Roma». Giacomo Losi e Sergio Santarini. Nati entrambi il 10 settembre, sotto il segno della Vergine, la verginità dei loro principi non l'hanno mai persa. «Non sarò ricordato come er core de Roma» diceva nel 1978 Santarini, buon profeta di se stesso. Ma anche lui va ricordato come grande difensore, come grande capitano e, come Losi, perfino per un gol. Quello che nel 1978 salvò la Roma, contro il Verona. «Una partita piena di coincidenze. Era la mia presenza numero 300 con la Roma e segnai il gol della vittoria. Era un gol che valeva uno scudetto. Se non avessimo vinto quella partita sarebbe stata dura, eravamo in cattive acque». Gustavo Giagnoni, uno duro e scorbutico, si sciolse in un pianto commosso e abbracciò il suo capitano. Che l'anno dopo, in un'altra drammatica sfida salvezza con l'Atalanta, rimase in campo con la testa fasciata e sanguinante e il suo gesto ha almeno la stessa importanza del gol di Pruzzo.

Da quella partita nacque la Roma di Liedholm, che già nel 1976 aveva minacciato di dimettersi se Anzalone avesse venduto Santarini. E che, insieme a Santarini, fece nascere la Roma più bella di sempre. Anzi, forse proprio grazie a Santarini. Comincia tutto una sera a Brunico. Sergio Santarini e Ramon Turone si guardano negli occhi, nessuno dei due vuole fare lo stopper, sono due liberi. «Senti Ramon, vado dal mister e gli dico di giocare a zona». Ci va davvero. E il Barone risponde: «Ma siete capaci?» «Ci proviamo», risponde il capitano. «Va bene, proviamo. Da domani giochiamo a zona». Niente di diverso da ciò che aveva in mente il Barone quando Dino Viola, alla richiesta di comprare Turone, gli aveva risposto: «Ma non abbiamo già Santarini?»

Sergio Santarini ha vinto tre coppe Italia. Quella del 1969, quella del 1980 e quella del 1981. Quel giorno, a Torino, aveva già capito che la sua avventura in giallorosso stava finendo. Entrò a pochi secondi dalla fine dei supplementari solo per battere uno dei calci di rigore. Lo tirò e lo segnò. «Liedholm mi disse: Sergio, mi raccomando. Io risposi: Mister, so cosa devo fare. Sono andato a battere e, come nella finale dell'anno prima, Terraneo è andato da una parte e il pallone dall'altra». Ha fatto parte, all'inizio della stagione 1981-82, della rosa della Roma, l'anno prima del trionfo. Ma il suo tempo in giallorosso era già finito, anzi no, perché in autunno vestì poi il giallorosso del Catanzaro e con rammarico, in Roma-Catanzaro, a poche giornate dal trionfo, salvò sulla linea un pallone di Pruzzo destinato ad andare in rete. Già, il rammarico è quello di non aver giocato nella Roma campione d'Italia. Ma quello scudetto lo ha vinto anche lui. L'ha detto, l'8 maggio 1983, a Genova, il più grande di tutti.

«Questo scudetto è anche di chi ha iniziato a costruire questa squadra due anni fa, come Santarini...» parola di Paulo Roberto Falcao. Sì, Sergio Santarini ha vinto lo scudetto del 1983. E ha vinto anche quello del 2001. Perché nel 1997, tornato alla Roma per amore, come vice di Carlos Bianchi, insisteva per far giocare Francesco Totti, che invece il tecnico argentino considerava un calciatore normale e che stava per andare alla Sampdoria. Finché, un giorno, Carlos Bianchi, forse solo per ripicca, gliela diede vinta. «Mi disse: Oggi faccio giocare il tuo preferito, sei contento? Lo ero, anche se sapevo che la cessione in prestito di Totti alla Sampdoria era cosa fatta. Invece Francesco giocò benissimo, fece due gol e rimase alla Roma». Capitano nell'anima, dopo l'esonero di Carlos Bianchi si dimise anche lui. Allenò anche il Ravenna, ovviamente giallorosso. Sergio Santarini: 344 presenze in campionato con la Roma, vincitore di tre coppe Italia e anche di due scudetti.