Trecentotto. Trecentosette in campo, uno fuori. Parliamo di gol. Quelli di Francesco Totti che nel dopo partita contro l'Inter, è tornato a rappresentarci come faceva quando scendeva in campo con la fascia da Capitano, il numero dieci sulle spalle e un popolo intero alle sue spalle. Appunto, segnando un gol. Con quel sacrosanto capo d'accusa nei confronti dell'accoppiata Rocchi-Fabbri che era stata capace di non vedere quello che avevano visto tutti. Comportandosi da grande dirigente.

La prima volta

In questi mesi trascorsi da quel ventotto maggio che abbiamo ancora tutti nel cuore, in molti si sono domandati, peraltro legittimamente, quale fosse il ruolo di Totti come dirigente. Non ha una carica specifica, tanto meno l'esperienza dietro la scrivania visto che per oltre trenta anni aveva pensato soltanto a prendere a calci un pallone, oltretutto in maniera celestiale. Ci si domandava, in sostanza, se davvero Totti fosse un dirigente piuttosto che il nome del più grande calciatore della nostra storia. Ecco, dopo l'Inter è cambiato tutto. Perché per la prima volta il dirigente Francesco Totti ha fatto il dirigente nel senso più pieno della parola. Con il suo nome, la sua storia, la sua capacità di essere duro pure accennando un sorriso. Bravissimo. E in questo senso bisogna dire che la società stavolta non ha sbagliato, decidendo di delegarlo a rappresentare il malumore non solo del club o della squadra, ma di tutta una tifoseria. È stata perfetta la decisione di dare a Totti il ruolo di rappresentare i nostri colori, ordinare il silenzio a qualunque tesserato, vai Francesco pensaci te.

Chi, del resto, meglio di lui? Tutti in silenzio, meno lui, il Capitano c'è solo un Capitano. Dagli scarpini alla cravatta, comunque romanista nel midollo. E nelle parole. Perché quelle pronunciate da Totti, tutto sono state meno che l'apoteosi della diplomazia. Sono state un capo d'accusa circostanziato e severissimo nei confronti di una classe arbitrale che ciclicamente da queste parti ci conferma come la Roma non sia eccessivamente simpatica. Parole da dirigente. Al punto da poter dire che domenica sera, davanti a quei microfoni felici di averlo davanti alle telecamere, è cominciata la nuova vita di Totti. Dal ventotto maggio del 2017 al due dicembre scorso. Diciotto mesi trascorsi a guardare, ascoltare, capire, magari pure a rimpiangere quel pallone da prendere a calci, ma che da domenica sera ci azzardiamo a pensare sia definitivamente alle spalle del nostro Capitano. C'era un bisogno quasi epidermico di riscoprirlo in quel ruolo di immortale totem della storia giallorossa. Da domenica sera, è pure nei fatti, un dirigente della Roma con cui ha un contratto fino al giugno del 2023. Al di là di qualsiasi ruolo che gli si vorrà dare, ruolo che sarà sempre e soltanto un'etichetta, perché Totti è semplicemente la storia della Roma.

Il cinque ottobre

Del resto nel corso dei suoi quasi venticinque anni da calciatore professionista, tutti con la stessa maglia, la nostra, Totti di vicende arbitrali scomode era stato costretto ad affrontarne parecchie. E questo, dopo l'Inter, deve essergli stato d'aiuto per dire quello che doveva dire, regalando a tutti i tifosi un'altra gioia come quando buttava il pallone in fondo a una rete oppure ci regalava una magia con quei piedi baciati dagli dei del calcio. Quello che ha detto domenica sera, non è infatti stato molto diverso da quello che disse, nel ventre dello stadio juventino, al termine di quella sconfitta con la vecchia signora confezionata da tre gol subiti tutti perlomeno poco chiari. Protagonista ancora lui, il signor Gianluca Rocchi di Firenze che era stato capace di sbagliare pure quello che non si poteva sbagliare. Totti quella notte era stato durissimo, al punto da consigliare agli avversari di farsi un campionato per conto loro perché tanto già facevano come gli pare. Come aveva fatto nella stagione 2004-05, all'Olimpico, ancora contro la Juventus, vincente con due gol irregolari, in cui disse che «non si può vincere undici contro quattordici, la Juve vince perché ha le conoscenze nel potere, se continua così giocheranno in due-tre. Negli ultimi dieci anni hanno vinto quasi sempre Juve e Milan, giocano a tamburello». Eccolo allora il ruolo di Totti in questa Roma. Quello di rappresentarla e rappresentarci. E meglio di lui non può farlo nessun altro. Poi, magari, al fianco di Monchi, potrà diventare importante anche in quella giungla che è il mercato, se non altro per una storia personale che può rappresentare un tesoro inestimabile. Perché un Capitano, c'è solo un Capitano.