La «mia "Hall of fame" siete voi». Ancora una volta una comunione romanista, tra Totti, il Capitano, e la sua gente, quella dello stadio Olimpico. Tutto sotto la Sud. Quella stessa che disse che «Totti è la Roma», Francesco ha ricevuto ieri prima di Roma-Real Madrid di Champions League, poco prima che la squadra di Di Francesco si qualificasse prim'ancora di giocare agli Ottavi (per via del risultato tra Cska e Plzen), la maglia sartoriale del club. Un riconoscimento che lo inserisce ancor più ufficialmente nella Hall of fame del club, dopo il 28 maggio 2017, anzi, il 29, giorno in cui la società lo ha nominato "famer", unico caso, appena appesi gli scarpini al chiodo. Ma stavolta tornare sul prato dell'Olimpico è stato «diverso» da quel 28 maggio. «Sono due tappeti differenti», ha commentato a braccio, a caldo, Francesco Totti. «Per me è un giorno significativo. Da romano, romanista e capitano aver indossato una sola maglia è un privilegio. Una cosa difficile da descrivere. Davanti a questo pubblico è qualcosa di emozionante. Ogni giorno per me è Hall of Fame con loro. La cosa più bella è restare uniti come siamo sempre stati. Tutti fratelli, tutti sorelle. Loro sono la mia Hall of Fame». Perché questa gente, Totti, ha deciso di «sposare». Per sempre.

E significativa, e molto, è stata tutta la cerimonia. Perché a consegnare la maglia a Totti sono state due leggende della Roma, come Bruno Conti, che è stato suo allenatore, e che la Curva Sud ha subito osannato, ribadendo che di Bruno ce n'è uno e viene da Nettuno, e Paulo Roberto Falcao, venuto apposta dal Brasile, come quel 10 agosto del 1980, che era venuto per cambiare la storia della squadra che porta il nome e i colori di Roma. Era venuto per cambiare tutto. Conti, Totti, Falcao, una Trinità, praticamente. È tornato per l'occasione, il Divino, un Re, brasiliano e romanista. «Numero 5!», «Falcao!». L'ha chiamato così l'Olimpico, alla maniera dell'epoca moderna, il Divino. Brividi. L'ottavo re per Roma, tornato nel suo stadio per incoronare ancora, come una sottolineatura in giallorosso, un altro Re. Le immagini delle sue magie sul tabellone dello stadio ne hanno preceduto l'ingresso in campo. Romano e romanista, un gladiatore dei giorni nostri, un figlio di Roma. Ha fatto tornare gli occhi lucidi a mezzo Olimpico, anzi, a tutto lo stadio, Totti, e con lui i famers.

Candela, Losi, De Sisti, Nela, Rocca, Pruzzo, Santarini, Tommasi, Giannini. Quanta Roma, tutta insieme. Schierata per battere il cinque a Totti, prima, e con Totti, poi, alla squadra scesa in campo per il riscaldamento pre-partita. A gratificare il Dieci anche tre ex storici del Real Madrid, l'unica squadra per cui Francesco avrebbe davvero potuto lasciare la Roma a un certo punto e di cui è stato un rimpianto: Butragueño, Roberto Carlos e Raul.

«Grazie Totti», in Tevere, e «Un capitano è per sempre» in Sud, gli striscioni per lui. Che quando è entrato ha abbracciato tutti i grandi della Roma che lo attendevano davanti al palchetto montato per l' occasione più o meno dove si inginocchiava il 7, negli Anni Ottanta. Il saluto alla Curva, che lo incitava con il suo coro «Un Capitano, c'è solo un Capitano». Prima dell'arrivo della maglia speciale, che, come un'azione di gioco da manuale, da Conti è passata a Falcao e da Falcao a Totti. Tutto il calcio in una maglia. Che Totti subito, d'istinto, ha baciato e innalzato verso la sua Hall of fame, il popolo. E giù lacrime, un po' per tutti. In una serata fredda e umida, ma calda e romanista. Da sessantamila cuori mai domi. E poi di nuovo sotto la Sud per mostrare alla gente la maglia sartoriale con i colori che ha onorato dal 1993 al 2017 sul campo.