Dopo l'anticipazione di ieri, in cui tra le altre cose De Rossi aveva annunciato la sua volontà di lasciare la Nazionale per cominciare ad allenare, vi proponiamo alcuni passaggi dell'intervista dell'ex capitano romanista a Sportweek.

Vincere è l'unica cosa che conta?
«È una frase che non apprezzo. Non rispecchia quello che per me è lo sport. Se la Nazionale avesse perso ai rigori con l'Inghilterra avrebbe comunque lasciato un ricordo indelebile negli italiani. Il calcio è pieno di storie bellissime di chi alla fine non ha vinto. Ma di certo quello che pretenderò da tecnico è che i miei giocatori, da quando si svegliano a quando vanno a dormire, abbiano la convinzione e la voglia di vincere la domenica. Perché vincere non è l'unica cosa che conta, ma deve essere l'unico tuo obiettivo. Questa è per me la mentalità vincente».

Mister De Rossi, qual è il suo calcio?
«Alt. Quando giocavo, sentire un allenatore che parlava del "suo" calcio già mi urtava. È facile rispondere che amo una squadra offensiva, votata all'attacco, ma che rispetti gli equilibri. Ma lo possono dire tutti. Il mio calcio è libero, senza etichette. Deve esserci il giusto mix tra le idee che uno ha, la qualità della rosa, gli obiettivi da raggiungere, la conoscenza del club, la sua storia e il suo Dna che non va tradito. Rispettando le radici e la tifoseria. Ci sono club di lotta e altri di governo. Non c'è il mio calcio, ma quello che credo sia giusto proporre in base a tante componenti. Mi piace costruire il gioco dal basso, ma se ho un portiere con i piedi fucilati o due centrali tecnicamente inadatti, cerco alternative. A meno che non sei l'allenatore del Psg e ti fai comprare pure Messi...».

Molti tecnici oggi sono diventati maestri di comunicazione. Spesso un po' furbetta...
«Io non devo vendere nulla, non amo regalare frasi a effetto. Non dirò che la prossima squadra è quella che sognavo da bambino. E quella del mio cuore già si conosce. Certamente darò tutto me stesso per il club che mi sceglierà, ma non dirò proverbi milanesi se andrò a Milano o citerò Totò a Napoli. Le trovo paraculate che lasciano il tempo che trovano».

Quanto mi dai se non ti chiedo anch'io quanto ti piacerebbe allenare la Roma?
«Nulla, perché ti rispondo senza problemi... Tutti sanno cosa è stata e sarà sempre la Roma per me: una seconda pelle, un amore appassionato e puro. Certo che mi piacerebbe allenarla, quando sarò pronto e me lo sarò guadagnato per il mio valore da tecnico e non per il mio passato da calciatore. Credo che accadrà un giorno. Ma è un desiderio, non un'ossessione. Ora voglio fare le mie esperienze in Italia o all'estero».

I tifosi ti avrebbero voluto come vice Mourinho.
«Due minuti dopo l'annuncio del suo arrivo, il mio telefono è stato invaso di messaggi: "Sarai tu il vice...". Era il desiderio della gente, per la quale io sono come un fratello. Ma a chiunque sostiene che Mourinho potesse avere bisogno di me consiglio di andare su Wikipedia e vedere tutto quello che ha vinto. Ecco, vi assicuro che l'ha vinto senza di me...».

Cosa potrà dare lo Special One alla Roma?
«Ancora prima di arrivare aveva già dato tanto. Aspettative, sogno, entusiasmo. Quello di cui si ciba ogni tifoso. Dopo l'addio di Totti e il mio, trovare una nuova identificazione era una necessità forte del tifoso della Roma».

La gente sognava anche il ritorno di Totti.
«Mi sembra sereno e soddisfatto del suo nuovo ruolo di agente, che gli permette anche di godersi la famiglia. Ma spero anch'io di rivederlo un giorno nella Roma. Invece di ripetere che non era pronto, che avrebbe dovuto studiare, io credo che Francesco avrebbe meritato una vera chance come dirigente, perché lui sa tanto di calcio. Non essere valorizzato e considerato lo aveva spento e deluso. Mi faceva male vederlo così».

Voltati indietro e scegli un fotogramma della tua carriera.
«Io e mio padre in macchina mentre andiamo a Trigoria il giorno dopo il mio primo gol in Serie A. Mi arriva sul telefono un video in cui parlano del giovane De Rossi a 90' minuto, che per me era sempre stato un appuntamento in tv imperdibile. È stato uno dei momenti più belli della mia vita».

E uno che vorresti vivere in futuro?
«Io e Lele Mancini che sarà il mio vice con un trofeo importante in mano a festeggiare. È il mio migliore amico, con lui ho condiviso tutta la carriera nelle giovanili della Roma. È stato meno fortunato di me, vorrei regalargli una soddisfazione altissima, che da giocatore non si è mai tolto e si sarebbe meritato. Magari qui, a casa nostra... Dove l'aspettano da tanto tempo».