Ma che storia è questa? Ma da dove deriva questa sensazione che sia tutto così precario quando si parla di Roma? Roma, poi: quattro lettere affiancate che già solo a leggerle in un fiato dovrebbero bastare a chiarire che rivali da queste parti in quanto a passato e presente non se ne vedono, e sul futuro eventuali avversari dovranno essere bravi tanto per far meglio. Certo, senza essere presuntuosi, se facciamo riferimento "semplicemente" alla squadra di calcio, bisogna ammettere che la Juventus negli ultimi anni qualcosa di meglio ha fatto, ma partendo da una base di solidità e conoscenze che solo qualche stolto potrebbe non riconoscere. E per non dire delle eredità – mai disconosciute – discese da comportamenti truffaldini sanzionati solo in minima parte e in capo a inchieste che hanno fatto luce solo su un periodo limitatissimo di una gestione che però durava da anni. E vabbè. Ma degli altri vogliamo parlarne? Delle milanesi, ad esempio, che solidità patrimoniali, palmares e conoscenze specifiche ne avrebbero persino avute, ma hanno sperperato tutto riducendosi a ricominciare da zero spesso con protagonisti inaffidabili, presi sul serio solo da chi dovrebbe vigilare descrivendo la realtà quotidiana e invece molto spesso non fa altro che decantare virtù esistenti solo nella sua ossequiosa visione del mondo, si tratti di direttori, capiredattori o semplici cronisti compiacenti.

Anche oggi, anzi ieri, su una testata nobile come qualsiasi amante dello sport continua, nonostante tutto, a considerare la Gazzetta dello Sport, si illustravano progetti magnifici di derby ad alta quota intorno alle italiche promesse del calcio mondiale con Inter e Milan ovviamente a fauci spalancate, predatori dei migliori talenti in vetrina. E tra i giovani in mostra chi c'era? Barella del Cagliari, Sensi e Locatelli del Sassuolo, Mandragora dell'Udinese, Tonali del Brescia e pure Lorenzo Pellegrini. Dunque Inter e Milan, en passant con la Juventus, considerate le società interessate agli acquisti. E tra le varie provinciali, pronte alla cessione, occhio alla Roma che dovrà «evitare la fuga del gioiello». La fuga, capito? Tipo carcerato. Un capolavoro. Nelle pagine successive, pezzi su Icardissimo, sullo sbarco di Marotta nel pianeta Inter («Qui tutto positivo», e ci mancherebbe altro), paginate sul fattore Ibrahimovic al Milan, sull'alieno Cristiano Ronaldo e il suo positivo effetto su tutti i giocatori della Juve (persino sui panchinari, boh) fino ad arrivare alle pagine sulla Roma: con l'analisi dei gol su palla inattiva, la riproposizione della notizia (non nuova) di Pallotta che vuole acquistare l'area su cui costruire lo stadio, De Rossi che «sfratta» il bar "Settembrini" (lui che «sfratta», non l'affittuario che non paga da mesi il canone) e infine la Roma che «torna» su Rabiot ma «alza il muro» su Ünder. C'è sempre un «ma», una «fuga», uno «sfratto», un muro da alzare, intorno alla Roma.

Ora, nessuno ce l'ha con la Gazzetta, giornale storico e giornalisti di razza. Ma basta una lettura di un giorno qualsiasi e il clima che si respira è quello: ovunque progetti e visioni ottimistiche, a dispetto a volte di precarissime quotidianità. Tranne che a Roma. Dove c'è sempre in agguato lo spettro dell'incertezza. Complottismo? Naaa. Quello va ordito, richiede menti sopraffine. Nessun complotto. È che alla Roma nessuno fa la voce grossa, ed è un bene che nessuno lo faccia. Perché se a un giornalista un potente qualsiasi, di qualunque colore, facesse la voce grossa, la risposta dovrebbe essere solo una bella pernacchia, forte, chiara e ancora più grossa della voce. Ma altrove forse non funziona così. Alla voce grossa di altri potenti le pernacchie non risuonano. Potremmo citare quell'intercettazione di Marotta (presto sparita dai giornali) a colloquio con cronisti e capetti vari della rosea, ma servirebbe solo ad alimentare inutili gossip. Però così a poco a poco si diventa condiscendenti. E quello è un male. Il male. La condiscendenza. A Roma tutti, di tutti, possono dire qualcosa senza essere accusati mai di condiscendenza. Magari poi si scivola nell'eccesso opposto. Da non condiscendenti si diventa persecutori, in nome di una malcompresa libertà di stampa. Ma è sicuramente un male minore rispetto all'altro.

Poi c'è la squadra, ma qui siamo abituati a farci male da soli. Perché, dietro la Juventus che ha fatto valere il suo spessore, negli ultimi cinque anni si è stagliata a livello di piazzamenti solo la Roma, capace di fare, a partire dall'ultimo, terza, seconda, terza, seconda, seconda. Nello stesso periodo il Napoli ha un quinto posto, l'Inter e il Milan non sono mai salite sul podio, la Lazio ha fatto quinta, quinta, ottava, terza, nona, le altre sono disperse più in basso. Dice, ma le altre hanno vinto qualche coppa. Giusto, questa è una colpa che va attribuita alla squadra giallorossa: arrendersi allo Spezia o al Torino in coppa Italia è stato davvero avvilente. Ma è questo il termometro per giudicare lo stato di salute di un club, la sua capacità di programmazione? E invece come andrebbe collocata, in termini di valutazione, una semifinale di Champions arrivata non per caso, ma a suon di grandi prestazioni contro squadroni del calibro di Chelsea, Atletico Madrid, Shakhtar Donetsk, Barcellona e Liverpool? Vale di più, questo cammino esaltante, o di meno di una Coppa Italia? Non parliamo di soddisfazione per i tifosi, in questo caso non ci sarebbe corsa. Ma di quello che un club può fare per provare a vincere. E l'ossessione per lo stadio, ignorata da 2488 giorni dalle vergognose istituzioni italiane, riguarda la cupidigia di Pallotta o la lungimiranza di un club che vuole primeggiare in Europa, e quindi nel mondo, lottando ad armi pari con i più potenti sodalizi continentali, abituati da decenni a comandare?

Appena dodici giorni fa, alla vigilia della sfida con la Sampdoria, c'era chi smaniava di raccontare l'ennesima crisi tecnica in caso di insuccesso sui blucerchiati chiedendo magari la testa di Di Francesco, uno di cui, quando va bene, si dice solo che non è carismatico. Come se Klopp il carisma se lo fosse comprato nella clinica dove lo ha partorito la mamma, e non costruito a forza di bel gioco, prestazioni e successi raggiunti nella fase più matura del suo percorso professionale. Perché all'inizio, col Magonza (il suo Sassuolo), ha disputato sette stagioni e mezzo sommando cose discrete (una promozione in Bundesliga) a pessimi risultati (tra cui una retrocessione). E una volta arrivato al Borussia Dortmund, per due anni ha fatto sesto e quinto, vincendo all'inizio la Supercoppa a cui lo aveva proiettato la finale di Coppa raggiunta (e persa) l'anno prima con Thomas Doll in panchina. Allora di carisma ce n'era pochino. Come dei capelli, poi magicamente ricresciuti a mano a mano che intorno capivano quanto fosse bravo. Ma a lui, il carismatico, si perdona pure il vezzo estetico. Se invece Di Francesco si opera agli occhi e toglie gli occhiali è solo un segno di fragilità. Per fortuna che adesso si torna a giocare. In rapida successione, contro Udinese, Real Madrid e Inter. La Roma è pronta, speriamo lo diventi anche il resto.