"Sono stato un po' vittima di me stesso", ammette José Mourinho nel libro 'Mantenham-se Loucos e Famintos' ("Rimani pazzo e affamato", titolo che traduce quasi letteralmente la celebre frase di Steve Jobs "Stay hungry, stay foolish") scritto da Joao Gabriel. Il tecnico della Roma ha raccontato il suo rapporto con il successo e la sconfitta: "Se potessi, sarebbe una delle cose che non ripeterei. Perché ho vinto, vinto e vinto…E sono entrato in una dinamica in cui non vincere sembrava la fine del mondo. Io stesso, per la mia personalità, ho incoraggiato un po' questo pensiero. Il lavoro è vincere, vincere, vincere. Ma poi quando sono arrivato in situazioni in cui era molto difficile vincere, non ho accettato la sconfitta come altri allenatori ma reputavo il mio lavoro sempre insufficiente. Non vincere per me era un fallimento, ma non dovrebbe essere così".

Lo Special One parla anche del suo rapporto con i giocatori: "Ho sempre detto ai giocatori: in me troverete un uomo onesto. Un uomo che ti dice la verità, che ti dice le cose che vuoi e non vuoi sentire. Un giorno potranno dire dire di me che sono un pessimo allenatore, che sono stato un bastardo, ma nessuno potrà dire che non fossi onesto". Poi sull'importanza della comunicazione e delle conferenze stampa: "Per me le conferenze sono un lavoro, e opto sempre per due o tre idee chiave che sono ciò che io chiamo 'ancore di salvezza', a cui ti aggrappi per trasmettere ciò che pensi sia importante in quel momento e per quella partita. Ma ci sono sempre domande che non ti aspetti, alcune del tutto sorprendenti, ed è l'intelligenza emotiva che ti costringe a reagire rapidamente, ad avere una risposta. In passato la conferenza stampa era il momento della comunicazione di un allenatore. L'unico intermediario era il giornalista e questo ci dava la garanzia che il nostro messaggio sarebbe arrivato al destinatario senza travisamenti. Oggi in alcuni casi non è così. Sto parlando in conferenza, ho inviato un certo messaggio a un determinato destinatario e le reazioni a quanto ho appena detto sono già partite sui social, sui siti e così via…La domanda che sorge spontanea è: quale messaggio raggiungerà il destinatario? Sarà il mio messaggio o le reazioni distorte di quello che ho detto? E questo fa la differenza nella nuova comunicazione".

Mourinho ha anche ricordato di quando nel 2011 da allenatore del Real Madrid ebbe una discussione con Tito Vilanova, al tempo secondo di Guardiola al Barcellona (poi deceduto nel 2014). Il portoghese si è scusato per il famoso dito nell'occhio che aveva fatto scatenare tante polemiche: "Ho sbagliato, non avrei dovuto fare quello che ho fatto. L'immagine negativa rimane per sempre. Tito non c'entrava niente. Mi dispiace per lui".