«Ma quando finisce questo maledetto duemilaventi?». Zibì Boniek lo dice con la voce addolarata. Il polacco ha giocato per tre anni con Paolo Rossi alla Juventus. «Forse gli anni più belli della mia vita, con la sua scomparsa è andata via una parte di me». Il suo dolore alla notizia è stato profondo, vero come quello che si prova quando si perde un amico.

Dopo Diego, Pablito.
«Sono addoloratissimo. Ho perso un amico, un ragazzo fantastico al quale mi legano mille ricordi».

Come l'hai saputo?
«Mi sono svegliato e ho visto che alle sette e mezza era arrivata una telefonata di Platini. Strano che mi chiamasse a quell'ora. Ho intuito subito che fosse successo qualcosa di brutto».

Che rapporto hai avuto con Rossi nei tre anni alla Juventus?
«Fantastico. Amavo il suo sorriso che porterò sempre con me. Era un ragazzo eccezionale. mi aiutò nell'ambientarmi in Italia».

In campo e fuori?
«Ovunque. Mi ricordo che quando eravamo in ritiro a Torino, le nostre stanze erano vicine. Spesso ci vedevamo in una per discutere di tutto e farci quattro risate. Mi insegnò a giocare scopa. Soprattutto mi insegnò a sorridere, una qualità che non ha mai perso».

È stato un grande centravanti.
«Il bello era che se lo vedevi spogliato non pensavi mai che potesse essere una prima punta. Era fragilino, ma in campo nessuno lo prendeva, era agile, veloce, capiva prima quello che sarebbe successo in campo. In area di rigore era un numero uno, sapeva farsi trovare sempre al posto giusto nel momento giusto».

Ha giocato con diverse squadre, ma tutti ce lo immaginiamo con la maglia azzurra.
«Ed è giusto così. Pablito appartiene a tutta l'Italia, è stato un eroe italiano e tutti la gente da Nord a Sud glielo riconosceva. Con i suoi gol ha fatto vinere agli italiani un Mondiale fantastico».

Un paio di go pure alla tua Polonia in semifinale con Boniek squalificato.
«In quei giorni nessuno lo avrebbe potuto fermare. Vinse con merito il Pallone d'oro. In quegli anni aveva il mondo in mano».

Eppure, almeno a noi , ha sempre dato la sensazione che non si fosse montato la testa.
«Sensazione giusta. Paolo è sempre rimasto Paolo, non ha mai sfruttato il fatto di essere Pablito e vi assicuro che avrebbe potuto farlo».

L'hai frequentato anche fuori dal campo?
«Come no. Era sempre un piacere andare a cena insieme. Gli piaceva stare in compagnia, divertirsi, scherzare davanti a un buon bicchiere di vino rosso. E sai quale era la sua più grande qualità?».

Dimmi.
«La disponibilità. Non si è mai negato a nessuno. Mi è capitato di passeggiare con lui per le vie di qualche città italiana. Tutti lo riconoscevano e lui non negava mai un sorriso, una foto, un autografo. Era Paolo, sempre e comunque, al di là di Pablito».

Credi che gli italiani in questi ultimi anni se lo fossero un po' dimenticato?
«No. Gli italiani hanno molti pregi e tra questi c'è quello che non dimenticano i loro eroi».

Negli anni della Juventus forse fu un po' schiacciato da Platini e Boniek?
«Non credo. Pablito rimaneva Pablito. In campo, poi, è stato grazie a lui, al suo lavoro nel creare spazi, che io e Platini abbiamo fatto valanghe di gol».

Lo descrivono come un ragazzo molto riservato.
«Lo era. Non ha mai pensato di fare l'allenatore o il dirigente, ha scelto sempre di continuare a essere Paolo. Non ha mai fatto cenno alla grandezza che aveva toccato con entrambe le mani. Mi spiace davvero tanto per la sua famiglia, la moglie, i suoi due figli ancora piccoli».

Se lo dovessi descrivere come lo faresti?
«Intelligente, curioso, un ragazzo che non ho mai sentito parlare male di nessuno».

C'è stato qualche giocatore che in questi anni ti ha ricordato un po' Pablito?
«Vi sembrerà strano, ma rispondo con il nome di Zelinsky. Entrambi con il pregio di saper stoppare e saltare l'avversario con un unico movimento. Roba da campioni. Come Pablito».