Attuale vicepresidente della Fifa, presidente della Concacaf, in passato presidente della Federazione di calcio canadese. È questo il profilo di Victor Montagliani, numero uno del calcio in Nord America, Centro America e Caraibi, che insieme a Infantino sta guidando la delicata transizione della Fifa dopo il terremoto che ha portato alle dimissioni di Blatter e a decine di mandati di cattura internazionale e di richieste di estradizione per i dirigenti corrotti. Proprio la sua confederazione è risultata essere quella più disastrata, con i suoi due predecessori entrambi arrestati per corruzione. «È un cambiamento che dovremo condurre per anni», spiega il dirigente di origini abruzzesi, «e non ci sarà mai un momento in cui potremo dire: abbiamo finito». Una delle grandi novità la vedremo fra una settimana in Russia, con il Var pronto a vigilare per la prima volta sulla Coppa del Mondo: «Una scelta ormai obbligata per le grandi competizioni». E un'altra novità potrebbe essere annunciata fra non molto: «Lo stop ai prestiti dei calciatori è una scelta che stiamo valutando». Giunti alle porte del Mondiale di Russia, anche in virtù delle sue simpatie giallorosse e della stima verso il progetto di internazionalizzazione condotto dalla dirigenza romanista, il numero uno del soccer ha voluto parlare con Il Romanista dei grandi temi e dei grandi cambiamenti che interessano oggi il calcio globale.

Montagliani, che effetto le fa un Mondiale senza Italia?
«Se dovessi parlare col cuore, direi che è difficile pensare a un Mondiale senza Italia: quando vedo l'azzurro provo sempre un'emozione particolare per via delle mie origini. Ma il mondo calcistico non funziona solo con i sentimenti. E quindi, o ce la fai o non ce la fai. Questa volta per tanti motivi l'Italia non ha avuto successo e adesso deve provare a costruire una Nazionale pronta per i Mondiali del 2022».

Anche la Fifa sta attraversando una fase di ricostruzione.
«La Fifa aveva perso la fiducia della gente anche prima di quel terremoto, lavorando per anni in una maniera che non soddisfaceva il pubblico. Ma adesso il presidente Infantino sta facendo un gran lavoro. Sappiamo però che bisognerà prendere decisioni impopolari, ma andranno prese comunque, perché bisogna ricostruire tanto, le cose non si cambiano in due anni. Noi continueremo a lavorare così e lo faremo senza fine, non ci sarà mai un momento in cui diremo: ok, siamo arrivati. La cultura calcistica (e non solo) va cambiata piano piano in maniere differenti a seconda delle zone del mondo».

Una delle grandi novità è il Var ai Mondiali.
«Il Var è molto importante, siamo nel 2018, la tecnologia è parte della nostra vita. Chi governa il calcio deve anche bilanciare la sua applicazione affinché questa avvenga nella maniera più giusta. Non basta imporre il Var: serve un allenamento per gli arbitri, come è stato fatto in Serie A, e l'educazione del tifoso. Per me, comunque, il Var è ormai fondamentale, specialmente nelle grandi competizioni come Mondiali e Champions League».

Tra i cambiamenti sul tavolo della Fifa c'è anche lo stop ai prestiti dei calciatori.
«Non è una decisione presa, la stiamo valutando. Ragioniamo su tutte le possibilità: di eliminarli, di diminuirli, di regolamentarli diversamente… È una questione differente da lega a lega, perciò va studiata caso per caso. La cosa più importante è come il prestito influisce sui giocatori: se ha solo effetti negativi, è un sistema che va migliorato».

Cosa pensa delle dichiarazioni di Platini riguardo la finale "pilotata" tra Francia e Brasile ai Mondiali del 1998?
«Io non le ho lette, me le hanno riferite. Se davvero lo ha detto… Spero che stesse scherzando».

Cosa sta facendo la Fifa per evitare altri casi come quello del Qatar, per cui la costruzione degli impianti avviene in un contesto di non-rispetto dei diritti dei lavoratori?
«Per la Fifa lavorare con uno Stato, in questo caso il Qatar, non è mai semplice. Ci stiamo occupando del Qatar, ma anche della Russia e di altri paesi, per far sì che le regole vengano rispettate. Il Qatar ci ha creato alcuni problemi, ma so che il Comitato del Mondiale 2022 sta lavorando con la Fifa per assicurare che le condizioni degli operai siano al livello che devono essere».

Lei può quindi affermare che dall'inizio delle costruzioni a oggi le condizioni di lavoro in Qatar sono migliorate?
«Sì, per quello che ho visto io sì».

Sempre a proposito del Qatar: a molti tifosi non piace il Mondiale in inverno e in un paese senza tradizione calcistica.
«Se i Mondiali devono essere sempre in paesi dalla grande tradizione calcistica allora si farebbero sempre in Europa. Il calcio è uno sport globale, non solo per l'Europa. Queste argomentazioni sono da ignoranti, secondo me. La decisione di giocare a novembre è stata presa prima del mio arrivo, ma sicuramente il clima sarà migliore che in estate».

Lei avrebbe scelto un altro periodo?
«Non so nemmeno se a luglio si può giocare. Le leghe che subiranno l'interruzione del campionato sono quelle europee, quindi anche questa è un'argomentazione eurocentrica. Ti dico la verità, a noi che viviamo fuori dall'Europa non ce ne frega niente che si giochi a novembre. So che in Europa è un problema perché i campionati iniziano a settembre, ma la soluzione si è trovata. Adesso godiamoci la Russia, poi penseremo al Qatar».

Montagliani consegna la Gold Cup 2017 a Michael Bradley, capitano degli Stati Uniti

Tornando all'Italia, lei ha origini abruzzesi come Di Francesco.
«Sì, anche se personalmente non lo conosco. Sono originario di Celano, in provincia dell'Aquila. E ne vado molto fiero».

E anche per questo è molto amico del direttore sportivo del Frosinone, Marco Giannitti.
«Uno dei migliori nel suo campo, come dimostrano i tanti campionati vinti dalla C2 fino ad arrivare in Serie A. Per cui seguo spesso il Frosinone. Peccato per quell'ultima giornata di campionato. Speriamo adesso che vinca i playoff».

Avrà qualche simpatia anche in Serie A.
«Verso la Roma, perché è sempre stata la grande squadra più vicina a Celano. E poi ne apprezzo molto il progetto sportivo e societario».

Conosce James Pallotta?
«Conosco bene il suo operato ma non l'ho mai incontrato. Il progetto di internazionalizzare la Roma, se vedi come sta cambiando il mondo calcistico, è molto all'avanguardia. È un modo nuovo di gestire i club».

C'è al momento un intenso scambio culturale tra lo sport europeo e quello americano?
«Sì, direi di sì. Pallotta e altri come Saputo a Bologna, che è canadese, stanno portando in Italia un modello di gestione commerciale che esiste solo in Nord America. Stanno introducendo una modalità di lavoro nel marketing che è quella dell'Nba e della Nfl. E, di ritorno, il calcio europeo può trasmettere la sua cultura a quello americano, ma anche giocatori come Giovinco a Toronto o Ibrahimovic a Los Angeles».

Questa estate la Roma farà un'altra tournée in America: quanto sono importanti questi appuntamenti per il pubblico locale?
«Queste tournée servono più ai club che al movimento calcistico americano. Per l'America penso che siano un fatto negativo, perché non fanno crescere lo sport locale: sono allenamenti, non partite serie. La gente ci va per mettere le foto su Instagram. Qui lo sport è cresciuto perché abbiamo le leghe e persone come Pallotta e Saputo con sentimento verso i club. Non grazie al Manchester United o Manchester City che si vengono a fare una partitella qui».

Secondo lei hanno ragione i tifosi nordamericani a chiedere di scardinare il sistema delle leghe in favore di un sistema di promozioni e retrocessioni?
«Questo potrebbe aiutare la crescita della competitività, ma è molto complicato come cambiamento. Il sistema in Nord America è cresciuto in un certo modo, cambiarlo sarebbe molto difficile. Alcuni tifosi lo vogliono, ma non è una priorità in questo momento. Però è un discorso che meriterà di essere affrontato».

C'è un ex romanista molto apprezzato in America, Michael Bradley…
«Sì, gioca a Toronto con Giovinco. Hanno fatto un gran campionato. Bradley è diventato un simbolo».

A proposito di simboli. Avrebbe voluto vedere Totti in una squadra della Mls?
«Sarebbe stato bello. Purtroppo ormai si è ritirato, però vederlo da giocatore in America sarebbe stato bellissimo».