Povero Gravina, neanche questo week end gli hanno fatto godere. Dopo tutti gli sforzi fatti a nome e per conto dei venti proprietari della Serie A, compresi i trasformisti che magari riciclano la mascherina ma invece di maschera ne cambiano una al giorno, gli echi dell'Assemblea di venerdì sera e la lettura dei giornali di ieri mattina devono avergli procurato più di qualche fastidio. E chissà se nel Consiglio Federale di domani farà prevalere la sua indubbia capacità di mediazione – la stessa che lo portò ad essere eletto quasi per acclamazione col 97,2% dei voti neanche due anni fa – o farà uscire fuori l'anima più barricadera che gli riconosce soprattutto chi gli sta al fianco quasi tutti i giorni.  

Quando lo scorso 28 maggio prese il solenne impegno col Ministro di prevedere un piano B e un piano C alternativi al piano A della ripartenza con conclusione del campionato di serie A al 2 agosto – e quel giorno il presidente Dal Pino, rappresentante della Lega di Serie A al confronto col Governo, non ebbe ovviamente nulla da eccepire – Gravina non avrebbe davvero immaginato che i rappresentanti della A lo avrebbero sconfessato così presto. E invece nell'Assemblea sono usciti allo scoperto: con i voti di 16 società, l'astensione di Lazio, Roma e Napoli e il solo voto contrario del Milan, i club hanno deciso che nella loro testa esiste solo il piano A. Anzi, solo la Serie A. E nel caso in cui si dovesse partire e ci si dovesse malauguratamente fermare, secondo i presidenti non si dovrebbe applicare alcun algoritmo, ma la semplice media punti per stabilire solo le posizioni utili per i piazzamenti in Europa e per la distribuzione dei premi come prevede la Melandri, ma non si dovrebbero assegnare scudetti e sancire retrocessioni (fatti salvi gli eventuali verdetti già decretati con evidenza aritmetica). Ancora una volta, dunque, la A si ritrova a difendere se stessa da tutte le altre componenti del calcio italiano. E visto che in molti ritengono che sia assai probabile che un nuovo contagiato salti fuori (o, ehm, venga reso noto) nei 45 giorni in cui si disputerà il campionato, tutto sommato farà comodo a tutti sapere dall'inizio che non si rischierà niente e che da settembre, nel caso, si ripartirà tutti insieme appassionatamente. 

Ma per far sì che le intenzioni conservatoristiche della Lega di A trovino applicazione ci sarà bisogno che le loro istanze siano rappresentate anche in Consiglio Federale. Al momento hanno tre voti su 21. Giova ricordare che in Consiglio si voterà così: 6 voti sono della Lega Dilettanti, 4 dei Calciatori, 3 Lega di A e Lega Pro, 2 degli Allenatori, 1 per la B, gli Arbitri e il Presidente Federale. Difficile che qualcuno sostenga i presidenti di A che intanto, per cautelarsi, hanno mosso le truppe cammellate. E qui si innesta un'altra considerazione un po' tristanzuola sullo stato di salute del giornalismo sportivo. Eh sì perché la battaglia contro l'algoritmo, e adesso contro le retrocessioni, è stata fortemente voluta dal presidente Cairo, uno che quando si diletta a rispondere alle domande della sua conduttrice preferita (Geppi Cucciari, che, dopo aver condotto la convention della Gazzetta, dalle frequenze di Un giorno da pecora su Rai Radio Uno l'ha intervistato due volte negli ultimi sessanta giorni) appare come l'editore più liberal e divertente del mondo, ma che poi quando entra nelle redazioni del suo gruppo deve fare un'altra faccia, a vedere come poi si affannano a portare l'acqua al suo mulino i suoi giornalisti. Così negli ultimi giorni Gazzetta e Corriere della Sera hanno guidato la battaglia contro l'algoritmo (ignorando che l'unica squadra che ne trarrebbe vantaggio con la classifica così com'è cristallizzata ora sarebbe proprio il Torino) e ora contro le retrocessioni del Piano C (i granata rischiano se non si riprendono velocemente...), arrivando addirittura ad auspicare la secessione della Lega di Serie A rispetto al calcio italiano qualora non verranno premiate dal voto federale le loro istanze.

Insomma, non sembrano più immacolati neanche quelli che una volta venivano considerati i santuari dell'informazione, per lo meno sportiva. E allora che rimane, Romanista a parte? Ah, magari c'è Repubblica. Salvo poi scoprire che il titolo di un pezzo di mercato in cui si scrive espressamente che la Juventus ha chiesto Zaniolo alla Roma offrendo in cambio Bernardeschi, trovando però la netta opposizione della Roma e persino lo sfavorevole parere dei giocatori, è l'ineffabile Juventus su Zaniolo. Così l'editore è contento. Ma perché i figli di De Benedetti sono della Juve? Ah, no. Repubblica è stata venduta... Ad Agnelli.