Per vedere Sandro Piccinini in tv abbiamo dovuto guardare la recente intervista concessa ad Alessandro Cattelan, perché lui dal calcio è sparito da quasi due anni. Per sua scelta. Il motivo lo abbiamo chiesto direttamente a lui, uno dei telecronisti più amati e apprezzati della storia della televisione.

Come stai Sandro?
«Sto bene, dall'anno sabbatico al virus sta diventando un lungo periodo di riposo e riflessioni. Sono stati mesi duri, ma per me niente di drammatico, ho una bella casa col terrazzo, tutto sommato non sono stato male. Certo, qui a Milano ci siamo sentiti al centro della bufera, credo che per un po' di tempo magari viaggiando ci prenderanno come untori».

Dai, cominciamo dalla fine: che rapporto hai avuto con questa emergenza?
«Per fortuna non ho subito i danni che hanno subito tanti colleghi, proprio perché non avevo impegni lavorativi. So di molti nostri colleghi che sono andati in difficoltà, mi dispiace anche che il calcio a volte dai politici o dai dirigenti degli altri sport venga trattato con troppo moralismo e troppa demagogia. Di sicuro il calcio non dà una bella immagine di sé, ma l'atteggiamento della politica a volte mi sembra irrispettoso».

A proposito del tuo rapporto personale con il mondo del calcio. Tanti colleghi arrivati ai tuoi livelli di popolarità mettono spesso in pasto anche le loro amicizie nel calcio, con allenatori, presidenti, giocatori. Tu in questo sei un po' indietro...
«Sì, è stata una mia scelta precisa. Può esser capitato di stringere qualche rapporto, ma sempre spontaneamente. Per me il lavoro è sempre finito dopo la partita o dopo la trasmissione. Su 3000 partite commentate penso di essere sceso tre volte negli spogliatoi. Molti miei colleghi, soprattutto dopo risultati favorevoli, vanno a cercare la compiacenza dell'allenatore o del giocatore, stringono legami. Capisco anche che certi rapporti possono essere utili, ma io ho avuto la fortuna di non averne bisogno. E, di carattere, non ne ho mai sentita la necessità».

Però, da conduttore, le cose non cambiano?
«Certo, ma erano sempre rapporti professionali. Se ti va di venire, vieni. Altrimenti grazie lo stesso. Certo, forse due o tre big li ho anche inseguiti con un paio di telefonate, ma niente di più».

Chi riconosci come tuo maestro?
«Al livello di tele e radiocronache Enrico Ameri è stato il numero uno in assoluto. Al di là del tono di voce, che pareva fatto per la radio, era una mitragliatrice. Lo sentivo in radio e mi emozionava, spesso invece le partite in tv dal punto di vista del commento erano noiose. Allora ho provato a trasferire quel tipo di stile nelle prime radiocronache, e in tv».

E come conduttore?
«Indubbiamente Michele Plastino, un vero pioniere del settore. Tutta quella scuola romana è stata davvero florida. Se ci pensi vengono da Tele Roma i miei fratellini Caressa e Marianella. Ci è passato Gianni Cerqueti, dal gruppo di Michele venne fuori Pardo, poi Riccardo Gentile da Galasso, ma anche Alberto Rimedio, Paola Rivetta di Canale Cinque, Manuela Moreno e Mauro Mazza al Tg2. Un periodo pazzesco».

Ora non segui più le vicende romane di radio e tv.
«No, a dir la verità, però Giancarlo Dotto, mio grande amico, ogni tanto mi aggiorna».

Ricordiamo il vostro magnifico libro scritto sul tema. Oggi forse la questione del ritmo nelle telecronache ha preso un po' la mano alle nuove generazioni di telecronisti.
«Sicuro, forse l'eccesso di concorrenza ha giocato brutti scherzi a qualcuno. Una volta eravamo 5-6, forse 10 telecronisti. Ora ce ne sono un centinaio e per distinguersi si sceglie la strada sbagliata. Peccato perché la base media è indubbiamente cresciuta. Ora la preparazione delle partite è meticolosa. Questa è una cosa che ad esempio rivendico con piacere. Il grande Nando Martellini diceva che bastava andare con la Gazzetta sotto al braccio. Io penso di aver introdotto in questo senso l'abitudine ad una preparazione meticolosa. Ora anche in questo si esagera, per far vedere che si è più preparati non si smette un attimo di parlare, si vuole diventare protagonisti della partita al pari di quelli che scendono in campo. Non può essere».

Ma è vero che ci sono tuoi colleghi che guardano gli ascolti nella convinzione che loro cronaca possa spostarli in meglio?
«Sì, purtroppo, e lo trovo ridicolo. C'è anche chi fa un servizio di un minuto al telegiornale e va a vedere il giorno dopo se in quel minuto l'ascolto è cresciuto. Forse bisognerebbe fare un'indagine opposta. Bisogna cominciare a capire quanta gente, disturbata dal commento sopra le righe, tolga ormai l'audio del cronista e guardi la sfida solo con l'audio ambientale. Ecco, qualcuno la può rovinare la partita, non certo migliorarla».

Ora gli urlatori come si troveranno negli stadi vuoti?
«Già, voglio vederlo. Bisognerà sapersi ambientare. Non è certo un mistero che la voce del cronista debba modularsi su quella dell'ambiente, a volte anche io sono stato criticato per aver messo più enfasi sul goal della squadra di casa. In ogni caso sarà fondamentale trovare la giusta misura. Anche il goal più importante del mondo in uno stadio vuoto diventa un'altra cosa. Sono abbastanza preoccupato. Si può facilmente perdere la concentrazione».

Parliamo anche del tuo anno sabbatico. Come si arriva a una decisione così?
«Ho lavorato per Mediaset per 31 anni, l'ultimo giorno di lavoro è stata la finale del mondiale 2018. Avevo assoluta necessità di prendermi una pausa che, quel giorno, non avrei certo mai pensato potesse diventare così lunga».

In termini pratici che cosa ha significato: stipendio zero?
«Certo. La mia storia con Mediaset è stata questa: dipendente fino al 1996, poi mi sono dimesso e ho sempre fatto contratti di collaborazione, da freelance. C'erano state delle incomprensioni, anche in quel caso. E pensai di rischiare di mio. Avevo 38 anni e un mutuo sulle spalle. Poi le cose andarono per il meglio, due anni dopo è arrivato Controcampo e l'ho portato avanti per 10 anni. Io non amo la routine, se mi avessero detto di firmare per 10 anni e 400 puntate sarei scappato. Invece anno per anno l'ho fatto e mi sono trovato benissimo. Ogni volta ho trattato sulle cose da fare lasciando ampia scelta all'editore di decidere per il meglio e io ho preso le occasioni che mi capitavano e che mi andavano a genio. L'ho anche potuto fare perché non avevo famiglia e ho potuto rischiare anche di mio».

Ora che sei fermo il calcio continui a guardarlo?
«La passione è immutata, la partita mi attira sempre tanto, quello che viene dopo mi intriga meno. Al 90º quasi sempre spengo e cambio canale. I dopo partita non mi appassionano. Forse non ci sono più trasmissioni che mi intrigano».

Di passione per squadre o personaggi ne hai avute?
«Da bambino ero juventino, essendo anche figlio di un grande calciatore della Juventus. Poi mi innamorai di Sivori e lo seguii prima alla Juventus, poi al Napoli. E mi è capitato spesso di seguire con simpatia le squadre dove giocavano i campioni che ho ammirato di più. Penso al Milan di Rivera. Ma penso anche al calcio inglese, per un periodo ero davvero fissato».

E i primi tempi a Roma?
«Complicato, non avevo simpatie particolari né per l'una né per l'altra squadra. Così venivo regolarmente insultato a seconda delle occasioni. Ma ho avuto grandi rapporti con bei personaggi da Chinaglia a Bruno Conti, da Viola a Di Bartolomei. Diventai grande tifoso della Roma di Eriksson, e amico di Graziani con cui poi ho lavorato».

Citi solo personaggi vintage. E di oggi?
«Beh, una passione vera l'ho provata anche per Totti. Ecco, forse lui è uno dei pochi che ho seriamente corteggiato per portarlo in tv. Nei collegamenti dopo partita veniva sempre, è stato sempre molto carino con me. Ma in studio non ne voleva sapere. Proprio qualche sera fa ho visto la sua diretta Instagram con Vieri. Un altro come lui, musone e assai poco disposto a venire davanti alle telecamere. E l'altra sera lo hanno riconosciuto: dicevano, "ti ricordi che una volta non ci andava mai di andare in tv e adesso facciamo dirette ogni giorno". Un bel paradosso. In ogni caso Francesco ha segnato una straordinaria epoca».

E qualche cotta per qualche allenatore?
«Forse per Ancelotti. Simpatizzo per tutte le squadre che allena. Mi piace anche come gestisce il suo mestiere, senza fare mai il fenomeno. Fui testimone della notte che cambiò la sua carriera, quando vinse la Champions nel 2003. Di allenatori più recenti salvo il legame con Allegri».

Sembri uno molto cauto anche con i social.
«Sì, fu l'azienda a chiedermi di entrarci, ma limito il mio intervento tipo una volta a settimana. Comunque è utile avere una sorta di bacheca personale dove puoi comunicare qualcosa sia sul tuo lavoro sia per altre questioni. Una volta ci saremmo dovuti rivolgere all'Ansa...».

Ci scherzi su, ma se poi devi prendere posizione lo fai e anche duramente. Nedved, per esempio, lo sa bene.
«Ma sì, cerco di essere abbastanza leggero, ma quando è troppo è troppo. Non mi scandalizzo certo se qualcuno protesta contro l'arbitro, ma che la Juventus mandi Nedved a dire di non protestare con l'arbitro, proprio lui che faceva brutte sceneggiate per ogni decisione contraria, l'ho trovato davvero sgradevole. Da giocatore e da dirigente ha un curriculum abbastanza burrascoso in questo senso. Ma anche sul lavoro so prendere posizione se è il caso. Per esempio, per il famoso rigore di Real Madrid-Juventus non mi feci problemi a dire che per me ci fosse. E gli juventini si scatenarono contro di me, bel paradosso per il figlio di un giocatore della Juve. In ogni caso l'eccesso di diplomazia non mi piace. Come non mi piace chi, in una situazione chiaramente dubbia, prende posizioni troppo rigide».

Ma del tuo rigore professionale e giornalistico, quando duettavi ad esempio con Maurizio Mosca, che ne rimaneva?
«Sai, gli opposti si attraggono, televisivamente abbiamo rappresentato una bella coppia. In televisione l'intreccio funziona, quando dovevamo decidere gli ospiti nelle riunioni cercavamo sempre otto ospiti con caratteristiche diverse. Lui poi fu uno straordinario giornalista all'epoca della Gazzetta dello Sport, poi ha deciso nella sua seconda parte professionale di fare altro, avendo capito prima degli altri quello che poteva funzionare in televisione. Poi era un uomo perbene».

E se dovessi disegnare un contesto ideale per tornare a lavorare come lo dipingeresti?
«Sono abbastanza realista. Conosco bene il mercato. Ti dico: la Rai non fa testo perché non può prendere esterni. Sky ha più telecronisti che diritti di partite. Con Mediaset ci siamo lasciati. Mi sa che resta poco. Un desiderio potrebbe essere quello di valutare l'eventuale offerta di un nuovo player televisivo, magari uno che possa acquisire i prossimi diritti e che avesse bisogno di una figura per le telecronache, ma anche per far crescere dei giovani. Ecco questo mi piacerebbe».

L'ultima è una curiosità: ma tu in telecronaca dici eccezionale o 'ccezionale?
«Ahahah. Pensa che questa me l'hanno fatta notare, io non me ne ero accorto. Molti pensano che certi tormentoni si preparino a tavolino. Mai fatto. C'era un produttore che lavorava con me e ripeteva in continuazione 'ccezionale, 'ccezionale. Poi forse, una volta che te lo fanno notare, un po' ci giochi. Ma non li ho mai studiato a tavolino».

Il calore della gente, però, lo apprezzi e lo avverti.
«Molto, soprattutto in questo periodo. La mia pausa comincia diventare lunga, sono piacevolmente sorpreso da questo affetto. Qualcuno si preoccupa pure, ma vorrei tranquillizzarli. Io sto bene così».

Sei pronto a restare sulla tua terrazza.
«La terrazza, certo, e i viaggi».

Vai anche a vedere partite di calcio nelle tue escursioni?
«Per colmare alcune lacune i primi anni sono andato anche in posti dove era difficile vedere calcio. Tipo Cina, Hong Kong, Cuba. Per lavoro magari sono andato cento volte a Madrid o a Barcellona e adesso non ci tornerei. Ma nella mia Londra vado spesso e finisco anche a vedere partite. 4-5 partite l'anno vado a vederle. Quello mi manca. Non vedo l'ora di ricominciare».