Due ore e mezza di lezione, affrontando vari temi della sua filosofia calcistica di fronte a una platea virtuale vastissima (sono state 2400 le connessioni totali alla diretta in streaming, ma bisognava essere iscritto al sito MyAiac) mentre 100 erano gli allenatori ammessi direttamente al webinar con possibilità di interazione e quindi di rivolgere domande (tra cui il vostro cronista). Introdotto e spesso stimolato su alcuni temi meritevoli di approfondimento dal presidente dell'Aiac Renzo Ulivieri, ieri è stato Eusebio Di Francesco ad essere ospitato online dall'associazione degli allenatori, particolarmente vicina a tutti gli associati in queste lunghe settimane di blocco del calcio (prima di lui avevano tenuto conferenze Beretta, Lippi, Bertolini, De Zerbi, Di Carlo, D'Aversa, Pioli, Dal Canto, Di Biagio, Italiano, Viscidi e D'Angelo). Ieri poi tra gli spettatori d'eccezione c'è stato anche un allievo di Di Francesco che presto (l'emergenza Covid gli ha impedito per ora di prendere parte al corso per l'abilitazione, rimandato pare a settembre) potrebbe trovarsi su qualche panchina nello stesso campo, magari da avversario: Daniele De Rossi.

La folgorazione Zeman

E inevitabilmente la Roma è stata spesso citata da Eusebio nel racconto delle diverse fasi della sua carriera. Il tema sembrava particolarmente largo ("Dal calcio giocato a oggi") ma poi si è finiti inevitabilmente a far riferimento soprattutto ai principi offensivi che da sempre animano il calcio del tecnico abruzzese, attualmente senza squadra (e chissà se il fatto che stia studiando inglese sia il preludio a una possibile esperienza all'estero, quando si riprenderà a giocare). Difra non ha mai nascosto, e ovviamente non l'ha fatto ieri, che l'ispirazione gli è arrivata soprattutto dal calcio di Zeman: «È stato lui a dirmi di scegliere una strada come allenatore. Ci ritrovammo una sera a cena a casa mia, dopo che io, andando via dal Pescara in B per andare a Lecce in A, avevo consigliato al presidente del Pescara Sebastiani di ingaggiare lui. E a cena, tra un bicchiere di vino e un arrosticino, lui mi disse una frase che non avrei mai dimenticato: "Comincerai a fare l'allenatore quando capirai quello che vuoi. Credi in qualcosa e portalo avanti". Cominciai così a credere in una certa idea di calcio a base di 4-3-3, a diventare in qualche modo un integralista, si fece largo in me l'idea che cambiare troppo spesso avrebbe tolto sicurezze ai giocatori. Lui fu basilare all'inizio, ma adesso ragiono in maniera diversa e già da qualche tempo. Col tempo ho capito che quando entri nella testa dei giocatori allora puoi anche permetterti di cambiare spesso e loro ti seguiranno comunque».

Il miracolo Barcellona

«La prova sta proprio in quella fantastica serata vissuta in Champions League: giocammo con un sistema di gioco diverso, con tre difensori e due trequartisti dietro la punta, ma i ragazzi erano convinti di quello che facevamo. L'idea mi è venuta dopo la partita d'andata. Avevamo perso 4-1, ma non avevamo affatto demeritato almeno per 70 minuti. Poi abbiamo perso un po' le distanze in qualche momento e abbiamo faticato a dare certe coperture sugli esterni, così è uscita fuori la loro qualità. Da qui è nata l'idea di giocare con tre difensori, tenendo più alti i quinti Florenzi e Kolarov e senza temere l'uno contro uno in difesa. In tanti hanno detto che quella sera il Barcellona non è stato brillante, io preferisco credere che siamo stati bravi a impedire loro di giocare». Ulivieri gli chiede come aveva pensato di prendere in pressione il loro regista, Busquets: «Non avevo scelto un uomo, ho preferito dare dei concetti di base: usciva comunque uno dei due centrali di centrocampo. Dietro a chiudere i buchi ho preferito mettere Manolas centrale, pensando che con la sua velocità e la sua capacità di leggere le giocate sarebbe stato più utile di Fazio, che invece poteva anche essere libero di sganciarsi in avanti, come ha fatto. Del resto Federico è davvero un soldato che segue alla lettera le consegne. In più avevamo notato alcune sbavature nella loro linea difensiva, che non lavorava di reparto, ma si affidava piuttosto alle intuizioni personali, così abbiamo studiato anche alcune giocate che in occasione del primo gol di Dzeko e del rigore causato proprio da Edin hanno funzionato benissimo».

La stecca di Liverpool

Se tutto ha funzionato la sera col Barcellona, purtroppo non è stata la stessa cosa nella successiva semifinale d'andata ad Anfield. Ghiotta l'occasione di tornarci su: «Ci ho ripensato tante volte e oggi magari potrei dire che, se potessi tornare indietro, magari cambierei qualcosa. Ma a che serve? Ecco, in quel periodo la squadra davvero mi seguiva in tutto e per tutto, io mi consultavo anche spesso con loro, e andammo a Liverpool tutti convinti di giocare come col Barcellona, con tre difensori. E per una mezz'ora le cose hanno anche funzionato alla grande anche se poi il risultato non ci ha premiato. Ma commettemmo una serie di errori che mi fanno andare sul concetto del coraggio, perché di fatto avemmo un po' di paura degli avversari. Poi siamo passati a quattro, prendemmo comunque altri gol, ma poi abbiamo recuperato segnando anche noi due gol. Del resto quella è la squadra che poi vinse la Champions League (Di Francesco qui si è confuso, in realtà il Liverpool vinse l'anno successivo, quell'anno perse in finale col Real Madrid, ndr). Del resto, con il gruppo che avevo e con il rapporto che avevamo se non fossero stati convinti di giocare così me lo avrebbero detto».

Le chiacchiere con Dzeko

Ulivieri ha preso allora la palla al balzo per chiedergli come, da allenatore, ha gestito il dissenso dei giocatori quando gli è capitato di averci a che fare: «Prima di tutto - ha risposto Di Francesco - io cerco di capire anche dall'allenamento se c'è qualcosa che non va. Per me è importante il confronto e la condivisione, anche degli aspetti tecnico-tattici. Prendiamo un giocatore importante come Dzeko, caratterialmente un po' particolare, ma di un'intelligenza non solo calcistica importante. Come tanti altri attaccanti, anche lui in allenamento a volte è stato un po' insofferente. Così mi è capitato spesso di chiamarlo in ufficio a chiacchierare. Partivamo da un semplice "come stai?" e poi arrivavamo a parlare anche di calcio, spesso trovando la sintesi giusta tra le sue e le mie esigenze. Confronti che duravano anche 45 minuti durante i quali non mi sono mai annoiato. Per me è importante non avere solo soldatini. Questo è il mio modo per affrontare il dissenso. E se non risolvo significa che ho sbagliato qualcosa».

La sua identità

Tanti altri sono stati i temi trattati, dalla sua identitàA me piace l'idea di dominare la partita, in fase di non possesso dò dei riferimenti uomo contro uomo nella metà campo avversaria, ma nella nostra metà campo il riferimento diventa il pallone») agli insegnamenti tratti dalle esperienze internazionali («all'estero sono un po' più sfacciati, ma in Italia ormai da anni stiamo cambiando e abbiamo imparato a lasciarci andare»), facendo vedere anche i lavori in allenamento delle sue squadre («mi piace far vedere anche quelli alla Sampdoria, anche se le cose non hanno funzionato, ma stavamo lavorando nella giusta direzione») e tanti spezzoni di partite con diverse giocate offensive ripetute quasi a memoria, che si trattasse di El Shaarawy con Dzeko, o Defrel con Berardi. Tratti distintivi di un calcio spudorato, offensivo, comunque vincente. E di fronte alle sconfitte anche umilianti («col Sassuolo ho preso due volte sette gol dall'Inter, ma la prima volta è stata un'occasione di crescita, la seconda è stata davvero mortificante, e sono andato alla rottura con la squadra») l'unica soluzione è continuare a lavorare nella direzione in cui maggiormente si crede.