Poteva accadere soltanto lì, in terra basca. Dove per circa un secolo l'identità territoriale è contata più di qualsiasi titolo e la convergenza fra club e popolo ha trasceso il semplice supporto. Poteva accadere soltanto lì che le due squadre di casa, Athletic Bilbao e Real Sociedad, chiedessero a federazione spagnola e Uefa di disputare la finale della coppa nazionale, originariamente prevista per il 18 aprile allo Stadio de la Cartuja di Siviglia, esclusivamente con i rispettivi tifosi. Non prima e mai senza. Finale quindi da rinviare a data da destinarsi, probabilmente lontana in piena era pandemica. A costo di rischiare l'esclusione dalla prossima Europa League. Già, perché entro l'inizio di agosto Nyon pretende dalle varie federazioni la lista delle squadre qualificate ai prossimi tornei continentali e il posto spettante a vincitrice (o finalista, in caso l'altra acceda tramite la posizione in Liga) della Copa del Rey non potrebbe essere assegnato se la partita si giocasse oltre la deadline. Eventualità più che probabile, qualora la richiesta venisse accettata. E allora il posto di una delle due squadre basche potrebbe essere attribuito prendendo in considerazione la mera classifica del campionato.

Secondo Marca, i due club hanno chiesto alla Rfef che «il titolo venga considerato ufficiale anche se si dovesse giocare in una data molto spostata in avanti». La Federazione avrebbe accettato la proposta congiunta, concedendo anche la possibilità di disputare la gara «durante quest'anno o nel 2021». La stessa Uefa avrebbe posto l'unico paletto di almeno una settimana di distanza dalla finale della prossima edizione. Mentre l'intero mondo calcistico sembra esercitare ogni pressione sui governi perché la stagione finisca, a dispetto dell'assenza di pubblico, esiste una fetta d'Europa che non si piega alla logica degli incontri ravvicinati del terzo tifo: le partite senza coloro per cui si giocano. Non potrebbe essere altrimenti da quelle parti. Nella scelta condivisa da entrambe le società c'è tutto lo spirito comunitario di Euskal Herria. Quello marchiato a fuoco nello statuto bilbaino, all'articolo 14: «La sovranità e il governo del club spettano ai soci». E non come nel resto della Spagna, che si affida a "grandi e piccoli elettori". All'Athletic vige la regola «un socio, un voto» e quello di un operaio conta esattamente come quello di un industriale. Nel nome di un'identificazione senza eguali fra popolo e squadra, la stessa che ha portato oltre un milione di persone (in una città di 350mila abitanti) ad accogliere lungo le rías i trionfatori del campionato 1982-83 (dopo 27 anni di digiuno) e per il doblete dell'anno seguente.

All'unità basca cede il passo perfino l'antica rivalità fra le due squadre, che trae origine proprio da una finale di Coppa del 1910 fra Bilbao e Vasconia Sporting, antenata della Real. Nei primi Anni 80, quando si sono succedute nell'albo d'oro della Liga per 4 stagioni consecutive (vincendone due a testa), entrambe hanno avuto la possibilità di sgambettare i rivali all'ultima giornata, ma l'atteggiamento reciproco è stato più che morbido: il primato del territorio contava di più. Almeno da quel derby del 5 dicembre 1976, quando per la prima volta i due capitani - Iribar e Kortabarria - entrarono in campo con la ikurriña (la tradizionale bandiera basca) clandestinamente introdotta nello stadio dopo il lungo divieto del regime franchista. Due club con una storia simile come potrebbero fare a meno dei tifosi? Due fazioni, un solo popolo. Senza il quale non può esserci trofeo che tenga.