Mentre il calcio che siamo abituati a seguire discute sull'opportunità di riprendere le attività e sulle possibili date, esiste un universo dello stesso sport lontano dai riflettori. Lontanissimo, in questo periodo che sembra aver spento ogni luce, anche sul pallone. È un vero e proprio mondo sommerso quello dei dilettanti, che difficilmente attira sponsor e media, o sposta ingenti somme di denaro, ma che conta su altri numeri, riferiti alle persone che lo animano, quelli sì stratosferici: oltre 12mila società, 66mila squadre, più di un milione di tesserati. Tutti fermi ora. E in silenzio. Allora una voce abbiamo provato a sentirla noi, rigorosamente a distanza, come emergenza impone. Una voce dal cuore di una delle province più colpite dal Coronavirus, quella di Piacenza, dove l'esistenza quotidiana non è più la stessa e difficilmente potrà tornare a breve quella a cui si era abituati. «Sarà impossibile dimenticare, anche quando tutto sarà finito. Speriamo presto», ci rivela Gianmarco Dragotto, difensore centrale del San Lazzaro Farnesiana, Seconda categoria emiliana. Come ai suoi compagni, anche a lui il calcio non dà da vivere. Eppure rappresenta per tutti loro uno dei fulcri della vita.

Ti manca?
«Tantissimo. Gioco da quando ho dodici anni».

Sei mai stato lontano da un campo così a lungo?
«Mai. Non sono arrivato fra i professionisti, ma fra Serie D, Eccellenza e Promozione ho girato mezza Italia. Campania, Molise, Calabria, Emilia...».

...Dove alla fine ti sei stabilito.
«Sì, in queste categorie non si gioca per soldi. Ho cominciato a lavorare stabilmente da queste parti e ho mantenuto l'impegno sportivo».

Una sorta di hobby.
«Più un divertimento. Il calcio è vita, la situazione attuale me lo ha fatto capire ancora di più».

Perché?
«Al di là della mia passione personale, mancano i compagni, il mister, tutto. Gioco nel San Lazzaro Farnesiana da sette anni, la squadra è diventata una seconda famiglia. Ma poi ti affacci, vedi le strade deserte e capisci quanto tutto sia diventato drammatico. Ci sarà tempo per ritrovare gli affetti».

Gianmarco Dragotto in azione

Dalle tue parti la situazione è più dura più che altrove.
«La provincia di Piacenza è una di quelle col maggior numero di contagi. Qui c'è stata una media di trenta morti al giorno. Impensabile riprendere a giocare».

Per la Serie A se ne parla.
«Non sanno di cosa parlano, questo è il problema. Ma non mi stupisce».

Cosa intendi?
«A quei livelli comandano gli interessi economici. È agghiacciante pensarlo, ma hanno la meglio anche sulla salute».

Un mondo diverso da quello dei dilettanti.
«Opposto. Anche nelle serie minori c'è chi investe tanto. Sono perfettamente consapevole che si tratta di cifre molto lontane da quelle della A, ma sono anche frutto di sacrifici di piccoli imprenditori: tutto è in proporzione».

Parli da futuro dirigente.
«No no, è un ruolo che non mi interessa e nemmeno sarei capace di ricoprirlo. Studio per diventare allenatore, ma so riconoscere la generosità di chi ci mette passione. Ce ne vuole tanta per mandare avanti queste società, senza "ritorni"».

Nessuno dei presidenti del tuo girone ha parlato di ripresa?
«Ma figuriamoci. Noi ci siamo fermati molto prima rispetto ai grandi club e ancora adesso nessuno ci pensa. Sarebbe assurdo».

Quando avete giocato l'ultima partita di campionato?
«Il 16 febbraio, in trasferta a Fraore. Il venerdì successivo abbiamo avuto consapevolezza di quanto stava accadendo e una volta arrivati al campo di allenamento, abbiamo deciso che era il caso di fermarci».

Nessuna resistenza?
«Assolutamente. Codogno è a un quarto d'ora da qui, noi andiamo - anzi, andavamo - spesso da quelle parti e anche loro frequentano abitualmente i locali del piacentino».

Anche allenatore e presidente erano d'accordo?
«La scelta è stata compiuta da tutte le componenti. Era la più sensata: io non ho figli, ma tanti miei compagni hanno bambini piccoli».

Le serie maggiori hanno giocato fino alla prima decade di marzo.
«Le coppe europee anche a porte aperte: una follia secondo me. Forse paghiamo le conseguenze della sottovalutazione del problema di quei giorni. Penso ad esempio ai quarantamila atalantini al Meazza per la gara col Valencia, con Bergamo in quelle condizioni».

Le prime restrizioni governative sono datate 10 marzo.
«Tardi. Io lavoro in un bar di Milano e fino a quel giorno ho vissuto situazioni surreali, con i clienti a portata di respiro. Lo ammetto, ho avuto paura, è stato quasi un sollievo chiudermi a casa, perfino senza stipendio. Era tutto evidente da tempo. Ci siamo arrivati noi...».

Ti alleni ancora?
«Sempre. Ho la fortuna di avere il giardino, chi non lo ha si dedica agli esercizi assegnati dal mister».

Un disegno a tema calcistico realizzato nel periodo attuale nelle scuole del piacentino

Nella speranza che prima o poi la stagione riprenda?
«Per me questa è andata. E aggiungo che sarebbe giusto annullarla: due mesi fermi e chissà per quanto ancora, sarebbe tutto falsato».

È al vaglio l'ipotesi di disputare le gare che restano in estate.
«Si potrebbe anche fare, ma solo a patto che si trovino tutele per la salute. Capisco gli interessi economici, ma le istituzioni sportive capiscono che i rischi non riguardano soltanto partite e allenamenti?».

Lasciamo a te la risposta.
«Non credo che abbiano valutato anche spostamenti e soggiorni. Altrimenti non ci sarebbe questa corsa a trovare le date. E in queste zone come si dovrebbe giocare? Li inviterei a fare un giro qui per capire cosa stiamo fronteggiando».

Ci conduci tu in uno virtuale?
«Sono diventate città fantasma: ogni ora notizie di nuovi morti, non vola una mosca, fortunatamente ci sono controlli a tappeto che bloccano le peggiori intenzioni. Anche i bambini coi loro disegni "calcistici" fanno intendere di aver compreso la situazione. Il pallone può attendere di fronte a tutto questo, perfino la ricca Serie A».

E tu?
«Se per incanto domani mi dicessero che è tutto finito, comunque non tornerei tranquillo».