Rivoluzionario, anticonformista, fuori dagli schemi. Spesso anche da quelli tattici, come ogni calciatore dotato di estro fuori dal comune. Ezio Vendrame, scomparso ieri, ne ha rappresentato uno dei migliori esemplari. Figlio del tempo che ha vissuto da calciatore: il decennio che partendo dalla fine degli Anni 60 ha attraversato tutti i 70. L'epoca della contestazione studentesca e dello sconvolgimento dei costumi però fa fatica ad attecchire in un ambiente conservatore e forse anche un po' bigotto come quello del calcio. A issare la bandiera della ribellione sono pochi giocatori, che non a caso diventano icone delle rispettive tifoserie (proprio in quel periodo le Curve cominciano a diventare luoghi di aggregazione giovanile e a riflettere i mutamenti della società).

L'emblema internazionale della nicchia è George Best, che alla sregolatezza di vita unisce la classe sopraffina sul rettangolo verde. In Italia la riserva indiana annovera il torinista Gigi Meroni, l'idolo di veronesi e romanisti Zigoni, e appunto Vendrame, che del campione irlandese sembra fedele riproduzione nel look: capelli perennemente arruffati, basette lunghe, barba incolta. Anche col pallone fa mirabilie, pur senza mai sfiorare le vette del collega del Manchester United.

La sua carriera resta confinata in squadre poco blasonate, ma l'occasione per spiccare il grande salto arriva nel 1974, quando passa al Napoli di Vinicio. Dopo averlo fortemente voluto però, il tecnico lo utilizza col contagocce, punendolo per i comportamenti poco ligi alle regole. A Ezio piace correre dietro alle donne e non tutti gli perdonano "la debolezza". La sua irriverenza continua a distribuirla sul campo: in equilibrio con entrambi i piedi sul pallone e la mano sulla fronte a mo' di vedetta per scorgere compagni liberi; in grado di dribblare la sua intera squadra fino a fermarsi sulla linea di porta e ripartire, causando l'infarto di uno spettatore (dramma a cui risponde chiedendo perché un debole di cuore andasse a vederlo giocare); o di indicare ai suoi ex tifosi dell'Udinese il punto esatto in cui avrebbe segnato direttamente da corner; capace di fermare una partita per salutare un suo amico in tribuna, il poeta Piero Ciampi.

Forse ispirato da lui, comincia la sua seconda carriera di scrittore, che annovera fra le opere l'esplicativo titolo autobiografico "Se mi mandi in tribuna godo". E gode sicuramente a raccontare di sé in tono scanzonato, con aneddoti sconfinanti nel paradosso e aforismi iperbolici: «Nereo Rocco mi dava del pazzo, e la cosa, non lo nego, mi faceva enormemente piacere». Più del beffardo tunnel al suo idolo Rivera. Forse meno di un'intera carriera all'insegna dell'irriverenza.