Il padre morì in seguito all'esposizione alle radiazioni di Chernobyl: era fra i 200mila operai sovietici che si recarono sul posto dopo il disastro, nel 1986. Aleksandr all'epoca aveva solo cinque anni. Ora va per i trentanove e ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo. Hleb (pronuncia "Gleb", come ricorda il suo nick su Instagram) ha deciso di lasciare il calcio giocato, ma sta già lavorando su un docu-film sulla sua vita. O meglio, sulle sue vite, dato che in neanche quarant'anni l'Apprendista Stregone (soprannome datogli ai tempi dello Stoccarda) ne ha vissute parecchie.

E pensare che aveva iniziato con il nuoto e la ginnastica: atleta nato, ma con una propensione alla sregolatezza (e alla pigrizia) che faranno da perenne contraltare al talento indiscutibile. Hleb è uno che nel 2001 finisce nella lista dei migliori talenti giovani di Don Balòn e che nel 2005 strega Wenger, quindi Guardiola: cade e si rialza, vive mille vite (calcistiche e non) e in patria è una sorta di eroe nazionale.

Gli inizi e l'Arsenal

Nel 2000 gli basta una stagione al BATE Borisov per attirare le attenzioni dello Stoccarda: in cinque anni di Bundesliga, un secondo posto e tanti pranzi al McDonald's. "Con mio fratello Vyacheslav pranzavamo lì ogni giorno", dirà anni dopo. Non esattamente il massimo, per un atleta. "Peccato che segni poco", è il ritornello di quegli anni, che lo accompagnerà per tutta la carriera. E non a torto, dato che al talento cristallino ha sempre abbinato l'indolenza tipica di chi è quasi annoiato dalla propria bravura. "Preferisco fare assist", risponderà sempre.

Wenger se ne innamora e nel 2005 sborsa circa 15 milioni di euro per portarlo all'Arsenal. All'esordio gli bastano due minuti per festeggiare il primo gol, ma nei Gunners fatica a imporsi. Ljungberg e Pires forniscono maggiori garanzie e soprattutto sono meno anarchici. Per Hleb a Londra tante ombre e poche luci. Definisce Arsène un secondo padre, ma nel 2008 arriva la chiamata del Barcellona. Il Barcellona di Guardiola, di Messi, Henry, Eto'o e Puyol. Per Aleksandr è la cosiddetta "proposta che non si può rifiutare".

Il Barça, poi il declino

In Catalogna, però, i problemi persistono. Con Guardiola, ma anche con una filosofia di gioco che sì, lascia spazio alla fantasia, ma non concede anarchia. Vince tutto quello che si potrebbe vincere nel 2008-09, ma l'inserimento non va. Viene offerto all'Inter nell'ambito dell'operazione che porterà Ibrahimovic in blaugrana, ma lui rifiuta. La storia è ben nota: in nerazzurro andrà Eto'o, e la squadra di Mou conquisterà il Triplete. Aleksandr nell'estate 2009 decide invece di tornare dove s'è consacrato: Stoccarda. Lo definirà "il più grande errore della mia vita". Quindi inizia un'Odissea tra la Turchia (Konyaspor e Genclerbiligi) e quel BATE Borisov in cui aveva mosso i primi passi nel calcio professionistico. Gioca sempre meno (incrocia anche la Roma di Rudi Garcia nella Champions 2015-16) mentre la carriera in campo volge al termine.

Ma, proprio come nell'Odissea, anche Hleb alla fine torna a casa, a Minsk, per giocare nell'Islac. Dopo aver sfiorato una Champions con l'Arsenal e averla vinta con il Barcellona, Aleksandr appende gli scarpini al chiodo. E lo fa con quel pizzico di rammarico che caratterizza sempre i talenti inespressi. Una domanda che sorge spontanea, se non nella sua mente, in quella di tutti gli amanti del calcio: "Chissà cosa avrebbe potuto fare, con la giusta testa?". Forse, però, se l'avesse avuta non sarebbe stato Aleksandr Hleb.

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