Mai banale Faustino Asprilla, in campo ma soprattutto fuori. Così a distanza di anni svela un inquietante retroscena sulla sua carriera e su quella volta che un sicario dei narcos colombiani gli ha chiesto il permesso di uccidere Chilavert.

È il 2 aprile 1997 e si gioca, in un clima tesissimo, la partita di qualificazione ai Mondiali di Francia del '98 che vede affrontarsi Paraguay e Colombia. In campo scoppia una rissa che vede come protagonisti il portiere Chilavert e l'attaccante Tino Asprilla. Si accendono gli animi e l'arbitro li espelle entrambi e li caccia dal campo. È, però, sulla via degli spogliatoi che la situazione sfugge di mano: un pugno del paraguaiano colpisce il colombiano, che risponde con uno sputo, quindi vengono separati ed accompagnati a farsi la doccia.

A 22 anni da quell'evento, Asprilla torna a parlarne, svelando un retroscena sul post-partita che avrebbe potuto trasformare quella che era una semplice litigata di campo in un omicidio. "Subito dopo la partita, qualcuno mi telefona e mi dice 'Mi chiamo Julio Fierro, ti aspetto al mio hotel" - racconta Tino ai microfoni di Telepacífico - Mi presento insieme ad Aristizabal e vedo dieci persone tutte ubriache, accompagnate da donne paraguaiane. Poco dopo, quell'uomo si rivolge a me e mi dice 'Abbiamo bisogno che tu dia l'autorizzazione per uccidere quel ciccione di Chilavert'".

Chi parla è Julio Fierro, narcotrafficante colombiano al soldo di Pablo Escobar. La risposta del calciatore, però, smorza la situazione: "Ma sei pazzo? Quel che succede in campo finisce in campo. Finisce lì". Come si dice, "meglio fortunati che ricchi" e Chilavert, senza neanche saperlo, lo è stato molto.