Basterebbe averlo visto, com'è capitato a chi scrive qualche settimana fa, salire sulle scale dello stadio Dall'Ara di Bologna per una partita dell'Europeo Under 21 fermandosi a scherzare o a parlare di calcio con ogni singolo tifoso che lo chiamava per un selfie o magari per un parere su un giocatore, per capire definitivamente che Daniele Adani è zero forma e tutta sostanza, e la passione per il calcio lo brucia vivo ogni giorno, e dalle ceneri del giorno prima rinasce ogni mattina con intatte curiosità. Quella sera a Bologna per arrivare al suo posto in tribuna ci ha messo mezz'ora ma alla fine sorrideva soddisfatto per aver condiviso un grammo di conoscenza (ricevuta o spesa, non cambia) con tanti altri appassionati come lui. Intervistarlo è un'impresa. Perché ogni argomento trattato inevitabilmente porta a un altro e un altro e non si finisce mai. E lui poi racconta, ma chiede pure, e ascolta con la stessa attenzione che usa per scegliere le parole che spende. Che si parli di Messi o della Bobo Summer Cup.

Quel matto di Vieri ha coinvolto anche te?
«Non sai che figata. Sono tre giorni di full immersion, con cene di beneficenza e partite continue, dove al fianco del torneo vero, giocato dai campioni di foot-volley, si sviluppa anche quello nostro, di ex giocatori. Christian è un altro rispetto a quando giocava, si diverte, è più sereno, è aperto alla gente. E fa del bene con un evento che cresce ogni anno di più. Ora andiamo a San Benedetto del Tronto».

Chi è il più forte di voi?
«Io dico Pluto Aldair, il suo colpo di petto, tipico dei brasiliani, è fenomenale. E parliamo di uno che per me è stato un idolo assoluto. Io lo metto nella top ten di tutti i tempi».

Quanto tempo dedichi allo studio del calcio?
«Difficile da dirsi quantificandolo ad "ore". Dipende dagli impegni professionali, ma vedo il calcio sempre. Mi ci perdo. La base sono le partite da vedere, ma poi dopo qualche stimolo magari recupero altre partite di quella squadra perché attratto da una giocata di un calciatore o da un sistema di gioco di un allenatore e allora trascorro ore a riscoprire cose che avevo perso. Quindi sto sempre vigile. Quest'estate sono diventato matto, per esempio. Tolto l'evento più grande, cioè il mondiale maschile, c'è stato tutto: europeo under 17 in Irlanda, Mondiale under 20, Europeo under 21, Coppa America, Coppa d'Africa, ora Europeo under 19, e mi è dispiaciuto per l'Italia di Nunziata, eliminata dalla Spagna. C'è stato tutto. Un paradiso».

Non hai citato il mondiale femminile. Non ti ha preso?
«Ti dico la verità. Non sento ancora il fuoco sacro anche se queste ragazze hanno saputo emozionare».

Merito anche di Sky. Investendo su questi eventi consente ai tifosi di appassionarsi. E qui rientriamo nella tua materia: la divulgazione sportiva.
«Io cerco di avere un approccio molto rispettoso. Il lavoro va approfondito e divulgato bene. E non basta l'investimento di tipo commerciale. Perché parliamo di sport. E davanti allo sport non si può bluffare e non si può sopravvivere accontentandosi di avere l'evento. Se non ti emozioni e non lo senti, lo prendi come un dovere. Ma lo sport è passione e emozione. Ecco perché chi lo deve divulgare deve essere competente, credibile e sentire questo lavoro come uno stile di vita».

La tua scelta di rinunciare a una panchina, con l'offerta di Mancini di fargli da vice, fece scalpore per questo: hai dimostrato che non stavi lì ad aspettare un incarico, ma perché ci credevi.
«Ti ringrazio della domanda perché è andata proprio così. Da 5 anni, massimo 10, l'opinionista televisivo sportivo è cambiato ed è diventato proprio una professione a parte. C'è anche chi ancora lo vive come un transito, ma il suo impegno si riduce a 4-6 ore settimanali di lavoro. Per me le 4-6 ore sono il meno. Il lavoro è tutto il resto».

A pieno regime, la tua giornata tipo com'è?
«Di mattina leggo diversi quotidiani per vedere se qualcosa mi è sfuggita. Poi scandaglio la settimana a seconda delle priorità, in base alle partite che dovrò commentare ma anche tutte le altre. Il lunedì e il martedì devo sapere tutto quello che è successo negli altri campionati europei, non solo i principali. A me piace molto il campionato portoghese e francese o la serie B inglese. Ovviamente non mi perdo i tornei sudamericani. I giocatori forti stanno ovunque. Demiral viene dalla Turchia, ad esempio. Negli altri giorni seguo le curiosità. Quest'anno Pepé e Rafael Leão del Lille li ho seguiti sin dall'inizio, non potevano scapparmi. O Joao Felix che in poco tempo è diventato famoso per i 120 milioni del costo del suo cartellino, ma si poteva vedere anche un anno prima. E averlo proposto in tv prima che diventasse famoso è stata una soddisfazione che mi sono tolto».

Hai consulenti? E altre fonti?
«Ho il mio gruppo di lavoro di Sky, ovviamente. Ho Wyscout che mi consente di seguire ogni squadra e ogni giocatore che voglio approfondire. Ma la mia fonte primaria di confronto quotidiano è una persona, si chiama Carlo Pizzigoni. Collabora con Sky, autore, scrittore, giornalista, studioso, un giramondo che studia il calcio in tutte le sue sfumature. È un fratello con cui mi confronto h24».

Della tua vita privata invece sei piuttosto geloso. Si sa poco.
«Ma forse perché c'è poco da sapere. Vivo una vita semplice, non sono sposato, non ho figli. Rientra in quel concetto di rispetto, non mi piace ostentare le cose che faccio. Tengo molto per me la mia vita emiliana. Vado in palestra, al ristorante, a correre, o sto con i miei 4-5 amici di sempre a Reggio Emilia».

Sei nato a Correggio, come Ligabue.
«In realtà solo perché a Correggio c'è l'ospedale, ma io sono di San Martino in Rio, a tre chilometri. C'era pure una certa rivalità tra paesi nei derby che giocavamo da ragazzi. E noi vincevamo sempre...».

Quando qualcuno vuole accusarti di qualcosa dice che sei stato un giocatore modesto. In realtà non hai per niente avuto una carriera mediocre.
«La prendo in un altro senso: non puoi saper far bene due cose, quindi chi riconosce che faccio abbastanza bene questo mestiere deve dire che nell'altro facevo ridere. Io di tutti questi che lo dicono, mi chiedo in quanti possano vantare una carriera migliore. Non sono moltissimi... Semmai è triste che questa considerazione arrivi da qualche professionista. Arrivo a pensare che se tanti che invece hanno fatto carriere splendide non riescono a suscitare emozioni quando raccontano il calcio, allora non dovrebbero farlo. Ma glielo concedono solo per la carriera fatta. Per me l'opinione forte non la fa la carriera, la fa il concetto, il pensiero evoluto. E, credimi, io sono il primo tifoso di altri fratelli (li chiama così, ndr) talent o opinionisti, quei campioni che sono in grado di orientare le masse con un pensiero approfondito. Grandi come Valdano, Cruyff, Guardiola, Sacchi. Se il grande scuote, lascia un segno per l'eternità. E Sacchi non ha avuto una grande carriera da giocatore...».

Com'è secondo te il livello dell'informazione sportiva in Italia?
«Ci sarebbe da fare moltissimo. L'unica strada è mettere dietro l'ego e cercare di studiare e imparare dai protagonisti. E gli stessi protagonisti devono essere generosi e aprirsi per arrivare meglio alla gente. Oggi il mondo è aperto, non ha senso chiudersi, oggi tutti sanno tutto di tutti, basta con certe rigidità. Il merito deve venir fuori, chi non merita non deve confondere le acque».

A proposito dell'ormai famoso dibattito con Allegri tra "risultatisti" e "giochisti", pare che anche la Juventus ti abbia dato ragione.
«Il calcio italiano ha scelto la sua strada. Ma la divisione è sbagliata. Io penso solo che ci sia una strada che deve riportarci in Europa. L'Italia non è più il calcio che traina. Purtroppo abbiamo ancora una mentalità, dei termini, dei dogmi, che chiudono all'apertura che arriva dall'Europa. Un risultato va meritato perché se non lo ottieni alla fine comunque resta qualcosa. Invece è nella nostra mentalità, dura a morire, l'idea della speculazione. Il più grande "risultatista" del mondo è Guardiola. Ma ora l'Italia ha dato uno scossone. Non solo la Juve, guarda Andreazzoli al Genoa o Giampaolo al Milan. Sembra una rivoluzione, ma per me era l'unica strada da percorrere. Ecco perché chi non si rassegna si irrita. Ma ormai sono sempre di meno, sono isolati, non c'è più dibattito sul tema».

E Fonseca con la Roma? Che opinione ne hai?
«Dopo qualche settimana drammatica posso dire che la Roma oggi è ripartita. Qualche malumore resterà, ma le scelte sono tutte corrette, a partire dall'allenatore. La sua filosofia si allinea alla rottura data dal calcio italiano. Al Porto non fece bene, ma all'interno di un percorso di crescita. I portoghesi sono gli allenatori più aperti, sono naviganti. E lui saprà sviluppare bene la sua proposta calcistica».

A proposito, hai condiviso il travaglio che ha vissuto Daniele De Rossi nella sua scelta verso il Boca. Come lo racconteresti?
«Faccio fatica a immedesimarmi troppo perché ci sto quasi male io fisicamente. Daniele è un figlio mandato via da casa sua. O devi essere bravo bravo, o hai gravi colpe a livello umano. Ma la cosa clamorosa è che in questo contesto drammatico, lui ha dimostrato al mondo la sua indole. Roma deve essere fiera di lui. La sua passione resterà viva, sotto altri colori. È una scelta completamente rivoluzionaria, è il centrocampista con più presenze e più reti nella Nazionale Italiana che ha scelto di andare nella casa del calcio. Non avrà vita facile, ma non si spaventa facilmente».

Ti toccherà tifare Boca.
«No, lo sa. Ma da tifoso del River vivrò un fantastico Superclasico».

E a proposito di amici. Nei hai nel calcio?
«Mi vengono in mente Christian Vieri, Almeyda, Silvio Baldini. Ma forse la persona con cui sento l'intesa tra idee e valori calcistici è Roberto De Zerbi. Abbiamo la stessa ossessione nella ricerca e nel vissuto umano nel calcio. È una persona eccezionale e un allenatore fantastico. Quando parlo di lui non ho paura ad espormi. Di lui ne parlo mettendolo tra i top Europa. Arriverà ad una grande squadra, il futuro è suo».