«Non c'è più tempo per morire». Il primo brivido è venuto ieri, pensando a una delle frasi più celebri di Giampiero Galeazzi, che se n'è andato a 75 anni. Ma era già oltre il tempo, perché il segno che ha lasciato nel rapporto tra sport e televisione rimarrà in eterno. Quando la memoria associa la telecronaca a un momento altissimo, è perché essa stessa è all'altezza dell'evento. E quindi, sì, Gian Piero Galeazzi è stato un telecronista da medaglia d'oro. Per gli italiani lui ha vinto gli ori degli Abbagnale almeno quanto Carmine, Giuseppe e Peppiniello Di Capua, perché a Seul era come se ci fosse anche lui a spingere «la prua italiana» che «è la prima a vincere». Poteva essercene una seconda? No, ma chissenefrega. Se lo diceva lui diventava vero. E così Michael Chang era «il cinesino» mentre batteva Ivan Lendl servendo da sotto al Roland Garros, e lo chiamava così pur sapendo che era statunitense. «C'è ancora luce» per Bonomi e Rossi a Sydney, «due attimi per la gloria» e Paolo Canè batte Mats Wilander. Ma Giampiero Galeazzi non è stato "solo" questo. Oltre che atleta prima e validissimo conduttore poi, è stato forse l'uomo che ha inventato una figura oggi istituzionalizzata e codificata, e cioè quella del bordocampista. Per anni è stato l'unico a far parlare i protagonisti delle partite di calcio anche in situazioni oggi impensabili, mentre entravano in campo o proprio sul campo, addirittura anche gli arbitri, cioè la categoria nota per non parlare mai. E, attenzione, non ci riusciva solo con la fisicità, che di certo lo aiutava. Ci riusciva perché sapeva ottenere la fiducia dei protagonisti e perché sapeva come approcciarli.

Nel racconto dello Scudetto 1982-83, anche grazie a quello straordinario archivio che è YouTube, c'è sempre lui. Il giochino delle percentuali scudetto, che Liedholm teneva sempre basse, iniziò proprio con "Bisteccone". «Mister, ora che sono andati via tutti i giornalisti, si salva quest'anno la Roma?». Era la ventesima giornata e dopo il 5-2 al Napoli la Roma aveva 5 punti sulla seconda (il Verona) e 6 sulla Juventus. E il Barone si era appena arrabbiato con Nela che aveva parlato di «Scudetto vinto al 110%». «Dal 15 andiamo al 30% e faccio retrocedere Inter e Juventus dal 35% al 30%», rispose Liedholm, sempre imperturbabile. Tranne una volta. Dopo il pareggio a Firenze per 2-2, ha il tono di voce scosso e si lascia andare: «Giochiamo come una piccola squadra». Non era da lui. «E le percentuali, Mister?». «Ci devo pensare». È un segno anche questo. Se sei l'unico di fronte al quale Liedholm perde il controllo, vuol dire che hai qualcosa in più. O se riesci a far dire a Falcao «si vede che non sono un campione» dopo Roma-Cagliari, riportandogli le frasi dello stesso Liedholm («Un campione non deve reagire alle provocazioni»). Insieme al Barone sarebbe poi rimasto risucchiato dall'abbraccio dei tifosi a Genova. «Questo non è amore, è incredibile». Alla fine, è il suo microfono ad averci tramandato alcune delle frasi più significative della nostra storia. A lui Agostino Di Bartolomei, interpellato con un meraviglioso «Capitano, l'equipaggio chiede: andremo in porto o no?», risponde: «In porto sicuramente, vediamo di arrivarci col vessillo». A lui Dino Viola racconta la liberazione «dalla prigionia del sogno».

Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da Il Romanista (@ilromanistaweb)

Già, Dino Viola. Era l'unico che riusciva a farsi le domande da solo. «Lei non mi chiede come mi sento». «Glielo chiedo, presidente: come si sente?». «Mi sento molto bello». Era il 16 marzo 1986 e la Roma era in vantaggio 2-0 contro la Juventus. Dicono che Gian Piero Galeazzi fosse laziale, lo ha sempre detto anche lui e sicuramente era vero. Ma anche lì, è sempre Dino Viola a sparigliare il mazzo. «Lei è laziale?», gli chiede al Flaminio al termine di un Roma-Napoli. «No, presidente», è la risposta. Una bugia troppo dolce per non essere perdonata.