Jorginho è andato sul dischetto e col suo saltello prima del tiro vincente, a spiazzare definitivamente Unai Simon, ha portato l'Italia dall'incubo dell'eliminazione mondiale con la Svezia nel 2017 direttamente nel sogno della finale europea di Euro 2020 che si gioca però nel 2021, nello specifico domenica (ancora a Wembley) contro la vincente della semifinale di stasera nello stesso stadio tra Inghilterra e Danimarca. Ha vinto ai rigori l'Italia battendo una bellissima Spagna nella sua miglior versione grazie allo splendido lavoro di Luis Enrique, autentico fuoriclasse della vita e dei campi di calcio.

Ecco, è stato un grandioso confronto tra due grandi tecnici e due grandi squadre, prive di campioni strapagati, pieni di ottimi giocatori volenterosi e perfettamente calati nella realtà del calcio moderno. Ed è significativo che abbia vinto Mancini, capofila di una rivoluzione azzurra partita tre anni fa, al capezzale dell'Italia di Ventura e Tavecchio. Ieri ai tempi regolamentari era finita 1-1, con reti di Chiesa (secondo sigillo e investitura ormai conclamata) e Morata (entrato a sorpresa solo nel secondo tempo), con la Spagna decisamente più in palla, ma l'Italia mai doma, umile a tenere le linee più basse, ma mai rinunciataria. Poi ai rigori hanno sbagliato subito Locatelli e Dani Olmo, poi Donnarumma ha ipnotizzato proprio Morata e invece Jorginho ha realizzato il suo, per la grandiosa festa finale dedicata a Spinazzola, con Insigne ad indossarne la maglia e tutto il gruppo a cantare il suo nome.

La Spagna però restano loro e il vantaggio di dieci anni con cui hanno capito certi concetti in questo tipo di sfide, a questi livelli, con questi allenatori, si è fatto sentire. Per buona parte della partita l'Italia è stata messa alle corde dalla Spagna. Nel braccio di ferro per chi prova più a giocare il pallone sono stati loro a schiantare di forza il polso avversario. Dal punto di vista del palleggio e dei tentativi di tiri verso la porta non c'è stata gara: il pallone è stato loro e quando ci hanno mandato fuori giri con quei tocchi di prima, al massimo di seconda ma solo se lo richiede la circostanza, poi sono finiti in porta. Luis Enrique all'inizio si è inventato una mossa delle sue, quelle che quando funzionano di solito chi commenta la partita dice solo che sono bravi gli interpreti, e se non funzionano invece è lui che è "uno stordito". E invece stavolta ha tolto Morata dai radar di Bonucci e Chiellini, i due leader dello spogliatoio bianconero che magari lo avrebbero mangiato psicologicamente prima di controllarlo sul campo, e ha inserito al suo posto Dani Olmo che non è certo un centravanti, semmai un trequartista, nell'occasione il classico falso nueve alla spagnola. Accorciando sempre verso la metà campo il giocatore del Lipsia ha tolto i riferimenti ai nostri guardiani e ha spesso dato l'appoggio giusto per lo sviluppo rapido della manovra iberica.

Così il confronto tra 433 si è risolto essenzialmente nella differenza di baricentro: altissimo quello spagnolo, medio quello azzurro. Questo ha portato a due effetti piuttosto chiari: la partita l'ha dominata tatticamente la Spagna, ma nelle transizioni o eludendo un paio di volte le pressioni l'Italia ha gettato le basi per arrivare in porta con il pallone, sorprendendo l'altissima difesa avversaria. E due volte c'è riuscita, sempre con sviluppi a sinistra grazie all'intraprendenza di Emerson (all'inizio un po' bloccato, poi si è tolto la scimmia di Spinazzola dalle spalle) e soprattutto agli scarichi di Insigne: così al 21° in chiusura di triangolo il terzino ha eluso l'uscita di Unai Simon spostando il pallone verso Immobile che però non ha scaricato subito per Barella, ma solo dopo un incerto controllo, così l'interista non è più riuscito a tirare, mentre al 45° un cambio di gioco di Bonucci per Insigne ha consentito ai nostri di attaccare a sinistra in superiorità numerica e sul suggerimento finale Emerson ha avuto sul sinistro la palla del vantaggio, ma è stato deviato da Azpilicueta sulla traversa, senza che l'attento Brych stavolta se ne avvedesse, così non ha dato la possibilità ai nostri di battere l'angolo.

Ma forse il risultato di vantaggio nostro all'intervallo sarebbe stato ingiusto perché la Spagna è arrivata in porta con maggior continuità e dopo un inizio un po' stentato (e va segnalato che al 3° proprio Emerson non ha servito Barella con i tempi giusti in uscita dall'altissima pressione avversaria, sprecando subito una chiara occasione) ha creato diverse occasioni col suo palleggio lineare, sempre alla ricerca, nello sviluppo del suo 433, dell'uomo con minori pressioni, con continue uscite con lo scarico verso il terzo uomo e poi immediate verticalizzazioni a guadagnare metri di campo. Così già al 13°, eludendo la pressione azzurra, il magnifico Pedri (un potenziale fuoriclasse assoluto, ha appena 19 anni) ha pescato solo in area Oyarzabal che però ha controllato male e ha consentito ad Emerson di rimediare al suo errore di piazzamento. Al 15° un altro pallone non controllato bene da Barella ha liberato un'autostrada a Ferran Torres, che ha tirato poi male. Al 25° un rinvio corto di Donnarumma ha immediatamente attivato la transizione spagnola rifinita in area per Dani Olmo che ha tirato una prima volta col contrasto di Bonucci e poi si è ritrovato la palla lì, ma poi sulla conclusione dal dischetto ha trovato protese le manone di San Gigio. Al 33° ci ha provato Olmo, al 39° Oyarzabal, entrambi con conclusioni alte.

Ma l'Italia ha sette vite e quando sembra sul punto di essere sopraffatta forse è il momento che sopraffà. Così dopo un bell'intervento difensivo di Di Lorenzo in avvio di ripresa e una conclusione sbagliata di Busquets su scarico di Oyarzabal, è arrivato il momento della firma d'autore, sia nella fattura tutta verticale sia per la rifinitura decisiva: è successo che Donnarumma abbia velocizzato una ripartenza proprio per sfruttare lo sbilanciamento spagnolo, da Verratti a Insigne è stata una verticale unica fino a Immobile, fermato in scivolata da Laporte, ma la palla è rimasta lì, Chiesa l'ha fatta sua, l'ha spostata sul destro e l'ha messa all'angolino imparabile. Sull'onda dell'entusiasmo, Mancini ha in qualche modo imitato Luis Enrique, ha tolto Immobile, il peggiore degli azzurri, inserito Berardi e spostato Insigne finto centravanti.

Ma la mossa l'ha azzeccata Luis Enrique che ha tolto Torres e inserito Morata, entrato in campo come un leone liberato dalle catene. Al 20° Oyarzabal ci ha graziato, lisciando di testa uno splendido servizio di Koke, lasciando nell'aria l'idea che uno stellone illuminasse agli azzurri il cammino verso la finale. Al 23° l'assist prodigioso è venuto dai piedi di Chiesa per Berardi che di destro però ha centrato Unai Simon. E con gli ingressi di Moreno e Rodi per Oyarzabal e Koke e poi di Pessina e Toloi per Verratti ed Emerson ci si è avviati verso il finale di sofferenza che ha vissuto il bivio della sliding door al 35°: in pressione l'Italia ha riconquistato un bel pallone che Berardi ha calciato ancora sul portiere avversario, sulla ripartenza Morata ha sfruttato una chiusura poco saldata, è partito sulla trequarti, ha chiamato a Dani Olmo un triangolo che è stato restituito a perfezione e lo juventino ha superato Donnarumma spiazzandolo come non farà dopo sul rigore.

Così si è andati ai supplementari, con Locatelli e Belotti entrati per gli esausti Barella e Insigne, Marcos Llorente per Azpilicueta. Con le forze ormai esaurite nei trenta minuti finali c'è stata una maggior pressione spagnola, con un paio di occasioni nel primo tempo supplementari, sventate da Donnarumma e da Bonucci. Poi i rigori.