In occasione del secondo giorno di Videocittà, rassegna dedicata ad avvicinare il pubblico al mondo dell'audiovisivo nel contesto cinematografico, è stata organizzata una Masterclass in suo onore. Lei è Gabriella Pescucci e, seppur a molti questo nome non farà accendere subito la lampadina della conoscenza, la Pescucci è vincitrice, per i costumi di scena in "L'età dell'innocenza" di Martin Scorsese, di un premio Oscar nel 1994.

Eccellenza di primo ordine di cui il nostro Paese può sentirsi orgoglioso, ad Hollywood non solo è conosciutissima, ma anche ricercata e stimata. Ha studiato presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze, e ha iniziato la sua carriera a Roma, come assistente del grande Pierluigi Pizzi e di Piero Tosi. La sua firma si ritrova all'interno di film che sono divenuti pietre miliari, monumenti della storia del cinema. Suoi sono i costumi de "La città delle donne" di Fellini, di "C'era una volta in America", de "Il nome della Rosa", "La fabbrica di Cioccolato" e tanti, davvero tanti altri.

Quando la incontro all'Ex Dogana, durante una breve pausa dalla lezione, fuma una sigaretta sottile che sembra farle compagnia ai pensieri e indossa uno sguardo gentile.

Lei ha avuto una carriera ricca di successi. Quale è il momento che ricorda con più tenerezza?
«In realtà non ne ho uno in particolare. Provo tanto affetto per molti film. Ad esempio, "Il barone di Münchausen", e "La fabbrica di cioccolato" sono sicuramente tra quelli che, riportandoli alla mente, ricordo con grande amore. Per fortuna mia ho questa attitudine a cancellare, ogni volta che finisce un film, tutte le note negative che ne hanno fatto parte e nella memoria rimangono solo immagini piacevoli. Ciò che non voglio mantenere vivo lo lascio indietro e, di conseguenza, custodisco un bagaglio di belle emozioni».

Quindi non c'è un lavoro che definisce il suo capolavoro, la sua masterpiece?
«No, ogni film ha la sua storia. Quello che faccio è quello che sento essere giusto per quel preciso personaggio di quel preciso copione. Poi si ricomincia, in maniera nuova, diversa. Sono tutte pagine bianche non paragonabili».

La sua è stata una carriera ricca di successi e ha lavorato con i più grandi nomi del cinema italiano e internazionale. A chi è rimasta affezionata?
«Ogni regista ti regala qualcosa ma ce ne sono stati alcuni davvero importanti per me. Sergio Leone e Terry Gilliam, hanno un posto speciale nella mia carriera. Sergio, per esempio, era un uomo taciturno, brusco e silenzioso ma con una sensibilità artistica unica e travolgente».

Toscana di origine, ha vissuto e vive Roma da molti anni. Qual è il suo rapporto con questa città che, artisticamente parlando, ha tanto da raccontare?
«Roma è una città che amo moltissimo e che reputo essere così bella da dover essere preservata. Negli ultimi anni la vedo distrutta e mi stupisco che i romani, le persone che vivono qui, non si ribellino a tutto questo degrado. Dovremmo scendere per le strade e pulire noi stessi almeno il marciapiede difronte casa nostra. Dare l'esempio. Non costerebbe tanta fatica e, anche se può recare rabbia o non lo si trova giusto, un piccolo gesto del genere sarebbe un enorme contributo, un passo avanti, per ritirala su dal suo abbandono».

Il suo lavoro è cambiato nel corso del tempo. Ha un consiglio per le nuove generazioni che vogliono intraprendere la sua carriera?
«Oggi viviamo una realtà estremamente difficile. Io non sono più una fanciulla ma ho vissuto un'Italia piena di energie e vitalità. Erano gli anni Settanta e Ottanta, gli anni in cui il nostro Paese era una meta di arrivo e non di partenza, dove si ritrovava il meglio del mondo e le eccellenze proliferavano, invece di svilirsi. Adesso questa visione si è un po' stravolta, farsi largo nel lavoro è molto più arduo anche perché viviamo nell'era della globalizzazione. Nel frattempo il nostro Paese diventa sempre più povero. Però le nuove generazioni non si devono arrendere. Bisogna lavorare, il lavoro è alla base di tutto, insieme alla passione. Se ci sono queste due attitudini ci sono anche più possibilità di riuscire».