«Indie vuol dire indipendente, è una scena di cui noi facciamo parte. Poi c'è chi è diventato molto famoso e chi è invece riservato solo a palati sopraffini, tipo noi». Ironizza così Matteo Gabbianelli mentre risponde alla mie domande, al telefono, nella lunga attesa che lo facciano scendere dall'aereo. «Ma quant'è grosso Fiumicino? So' tre ore che giriamo». Per chi non lo conoscesse, si tratta del cantante romano dei kuTso, gruppo indie, che ha pubblicato lo scorso 28 settembre il suo terzo album "Che effetto fa". L'album, ricco di novità stilistiche, nasce dall'accettazione che la vita è una tela su cui gettiamo continuamente colori a caso e di tanto in tanto è bene fermarsi a guardare "che effetto fa" questo nostro pastrocchio esistenziale.

Matteo, "che effetto fa" questo nuovo album?
«Si tratta del nostro terzo disco e rappresenta per noi un punto di svolta. È cambiata la line up e abbiamo trovato soluzioni diverse a livello musicale, utilizzando l'elettronica ma senza strizzare troppo l'occhio all'ondata anni Ottanta che c'è in questo momento. Poi sono particolarmente affezionato a questo lavoro, ci ho lavorato tanto e credo di aver realizzato testi che hanno un vissuto diverso dai precendenti. Gli altri dischi erano praticamente delle compilation di canzoni scritte anche quindici anni prima. Invece questa volta sono tutti brani scritti nell'ultimo anno e mezzo. Poi l'ho prodotto per la prima volta non da solo, ma con Marco Fabi, produttore e cantautore romano. Insomma c'è stato proprio un approccio diverso. E il titolo è una domanda che rivolgiamo al pubblico e a noi stessi, perché non sappiamo neanche cosa cosa abbiamo creato. Quindi chiediamo a voi: ‘che effetto fa' vederci in una nuova veste?».

"Disoccupato", "Giovani speranze". È un disco che parla ai giovani?
«Le canzoni sono tutte molto autobiografiche. ‘Disoccupato' pone l'accento sul fatto che segui un percorso accademico e ti convincono che questo serva, ma poi, una volta lanciato nel mondo del lavoro, ti rendi conto che quel percorso è servito più a te stesso che non al tuo futuro. Mentre in "Giovani speranze" avvicino la dimensione del giovane a quella dell'adulto, parlo di come alla fine siano fortemente connesse e di come, invecchiando, non si faccia altro che tornare bambini, con tutti i pro e i contro che questo comporta».

Il videoclip di "Che effetto fa" è stato girato a Palazzo Chigi. Un brano che parla di rivoluzione in un luogo storico. Questo ossimoro è voluto?
«Assolutamente sì, perché la nostra musica è tutta un ossimoro, uno scontro tra cose opposte e decontestualizzate. Tra l'altro Palazzo Chigi si trova ad Ariccia, ed è un posto bellissimo che abbiamo avuto la fortuna di poter usare. È stato perfetto. Simboleggia l'ambiente polveroso, ovattato, esageratamente ricco, del benessere che in qualche modo ti isola dalla realtà».

Torniamo un attimo indietro. Come sono nati i kuTso?
«È partito tutto dalla mia testa. Ho conosciuto i musicisti che si sono avvicendati in questa band suonando, nella scena romana. Non è quindi una band nata sui banchi di scuola, ecco. Il nome invece sì. Era il modo che avevo di scrivere le parolacce sul banco, era nata come CUT staccato SO. Poi l'ho unito, ho messo la K perché mi piaceva di più e me lo sono portato dietro. In alcuni casi ci ha portato fortuna, in altri ci ha chiuso delle porte».

Nel 2015 poi è arrivato il grande successo a Sanremo...
«Il fatto di essere andati a Sanremo con questo nome per me è stata una vittoria del caos. L'esperienza a lì andò benissimo, anzi quello fu uno dei casi in cui il nome non fu altro che un valore aggiunto per noi, ci si giocò tantissimo. Avevamo preparato tutto nei minimi dettagli, ho vissuto quest'esperienza a pieno, siamo arrivati secondi. Abbiamo avuto molta visibilità, anche grazie al nostro chitarrista, che si era vestito da doccia, con tanto di tendina e pois rossi. Sotto c'era lui con in faccia un cartonato di Carlo Conti. Un modo giocoso per dire che facevamo come ci pareva».

Te sei la voce del gruppo, una voce per niente scontata. Hai dei punti di riferimento?
«Diciamo che sono il risultato di un miscuglio di cose, il che fa anche parte della mia generazione, quella di chi è stato ragazzino negli anni Novanta. Ho cominciato ascoltando gli Iron Maiden, i Deep Purple, poi sono passato a cantanti jazz, tutto questo mentre andavo nei centri sociali a sentire i gruppi punk. E nella nostra musica c'è tutto questo. La sfrontatezza del punk insieme alla raffinatezza vocale di Stevie Wonder, dei Beatles e altri».

Cosa volete trasmettere al pubblico con la vostra musica?
«Chi fa musica ha un'urgenza espressiva, non sa neanche lui perché. Ha questo forte bisogno di comunicare agli altri, ma senza insegnare nulla. Semplicemente le canzoni sono la mia voce, il mio modo di rapportarmi con gli altri, sono l'espressione di me, sono il racconta di una vita, la mia. Ognuno poi ha la sua interpretazione di quello che ascolta».

Da romano qual è il tuo rapporto con la Capitale?
«Sono nato e cresciuto a Monteverde per la prima parte della mia vita, poi sono andato a vivere ai Castelli Romani, a Marino. Sono a due passi da Roma, senza avere il casino della città. La mia vita sociale poi si espleta a San Lorenzo, in mezzo ai miei amici musicisti».

E con il calcio invece? Sei tifoso?
« Ovviamente tifo Roma, anche se abito ai Castelli. Però ammetto che non sono fissato come un tempo. Mi so fermato allo scudetto. Da bambino volevo fare il calciatore e l'ho anche fatto. Fino ai 12 anni, il calcio per me era molto importante, poi è subentrata la musica e non c'è stata più storia. Continuo a però a seguire la squadra, vedo le partite, tifo Roma. Tra l'altro la prima volta che sono andato all'Olimpico avevo 7/8 anni. Ci sono andato con mio zio laziale, quindi so andato allo stadio a vedè la Lazio, ti rendi conto?!».

Stasera che succederà a Largo Venue?
«Sarà uno dei nostri concerti pieni di colpi di scena, molto movimentati, molto partecipativi. Spesso metto in mezzo qualcuno, gli chiedo di fare le cose. Chi ci conosce sa che è una grande festa. Faremo sicuramente tutto il disco nuovo e le cose vecchie. E poi pensa che abbiamo messo tutta questa elettronica nel disco ma non abbiamo un tastierista, quindi ci sarà anche una chicca musicale. Il nostro chitarrista, oltre a suonare la chitarra elettrica suonerà anche la chitarra midi, tipica degli anni ottanta, che ti permette di far diventare la chitarra una tastiera quindi suoni la chitarra ma si sente il pianoforte, il synth, le trombe, i bassi. Una grande novità da non perdere, soprattutto per gli appassionati».